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Unire tutte le lotte identitarie contro la follia intersezionale

by Adriano Scianca
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intersezionalità

Nelle province dell’impero, le mode culturali arrivano in ritardo, in genere quando al centro stanno già passando a un’altra moda. È il caso dell’intersezionalità, che oggi dilaga in certa sinistra culturale nostrana, ma che in America è moneta corrente ormai da diversi decenni. Il termine intersectionality viene in genere fatto risalire all’avvocato per di diritti civili e docente universitario alla Columbia e alla Ucla, Kimberlé Crenshaw, che l’avrebbe coniato addirittura nel 1989.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2023

L’idea di base è quella di studiare i modi in cui i diversi assetti di potere, e i privilegi che ne discendono, si relazionano tra loro. L’oggetto di studio è quindi l’intersezione, appunto, di razzismo, patriarcato, classismo, «abilismo» etc. A cui ovviamente vanno contrapposte lotte altrettanto intersezionali, combattendo quindi contro tutte le forme di discriminazione, scovando i modi in cui esse si sovrappongono, si alimentano l’un l’altra, si rafforzano vicendevolmente. Va da sé che, se si ragiona secondo queste categorie, c’è un nemico pubblico che emerge con nettezza: è il maschio, bianco, occidentale, ricco, in salute, etero, «cisgender» etc. Ovvero colui che, nello schema intersezionale, somma in sé tutti i privilegi.

Intersezionalità e cortocircuiti liberal

Sulla natura demoniaca del maschio, bianco, etero, eccetera, sembrano essere tutti d’accordo. Le cose si complicano quando guardiamo all’altra estremità della piramide (o, cambiando rappresentazione grafica, alla circonferenza esterna della ruota: è uno schema che hanno fatto davvero, si chiama wheel of privilege, cercatelo su internet). Ovvero quando, avendo delineato il demone, vogliamo capire chi sia l’angelo. È evidente, infatti, che l’intersezionalismo seleziona in qualche modo il suo eroe perfetto, ovvero chi è vittima di tutti i privilegi. Come nel gioco delle figurine, vince chi può dire tutte le volte «ce l’ho». Oppressione razzista: ce l’ho. Oppressione patriarcale: ce l’ho. Oppressione sociale: ce l’ho. E così via. Più ne hai, più vieni ritenuto in basso sulla scala sociale, e sei quindi, viceversa, portato in alto da chi sacralizza la vittima.

Ma così si creano nuove gerarchie, nuovi rapporti di potere, nuovi conflitti. Se sei maschio, bianco e gay, sei certamente oppresso dall’eteronormatività, ma sei comunque un privilegiato rispetto a un maschio, nero e gay, che deve fare i conti anche con il razzismo. Il che è comunque nulla rispetto a quello che deve subire una lesbica nera. La quale, tuttavia, non sa cosa significhi essere anche disabile… Sembrano barzellette conservatrici che danno una rappresentazione caricaturale della sinistra, ma basta fare un giro su siti e profili social dell’ambiente per scoprire che è letteralmente così che ragionano lì.

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Nata per unire le lotte, l’intersezionalità in realtà finisce per creare ulteriori divisioni. Il conflitto scoppiato in modo eclatante tra attivismo trans e mondo Terf («femminismo transescludente», ovvero le femministe che non considerano i trans donne) è l’aspetto più visibile di questo fenomeno, ma il mondo delle «lotte per i diritti» è segretamente attraversato da decine di queste guerre intestine. Basti solo pensare a quanto l’antirazzismo, con la sua divinizzazione dell’immigrato, o delle culture nere, arabe e asiatiche, entri in conflitto con altre istanze progressiste, come ad esempio il femminismo o la lotta per i diritti gay, dato che le suddette culture sono per lo più tradizionaliste e, nella misura in cui si impongono nelle società occidentali, portano a sostanziali arretramenti dell’«emancipazione» di donne e gay.

A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che nel discorso intersezionale è impossibile portare parametri oggettivi. Tutta l’ideologia si riduce a una gigantesca «metafisica della soggettività». L’affermazione chiave è sempre: «Tu non sai come ci si sente». E, del resto, per quante obiezioni razionali si possano opporre a queste follie, l’interlocutore intersezionale le rifiuterà sempre in blocco, bypassando completamente l’argomentazione logica e puntando dritto al privilegio che segretamente le muove.

Imparare dal nemico

Ora, però, detto quello che c’è da dire sull’intersezionalità e i suoi deliri, e tenendo presente che si tratta di una moda, come detto in apertura, già in via di rottamazione, ci viene un’idea: perché non sfruttare in modo decisamente più costruttivo l’idea di una intersezione delle lotte? Anche il mondo nazionalrivoluzionario ha bisogno di riflettere su quanto i diversi fronti riguardino tutti un’unica guerra, in cui se si cede da un lato, si perde tutto. Sono temi che un tempo erano scontati, ma che oggi, nel generale clima di oblio dei fondamentali politici che attraversa certi ambienti, è giusto ribadire. Anche perché la destra più o meno liberale ha trovato il modo, negli ultimi anni, di parassitare questo o quel frame ideologico nazionalrivoluzionario, inserendolo però in un contesto alieno, atomizzato, borghese, spesso in contrapposizione con gli altri frame.

Il caso più tipico è quello della lotta all’immigrazione. Sacrosanta, vitale, essenziale, ovviamente, ma che spesso viene declinata come lotta al miserabile in quanto miserabile, magari in contemporanea con la richiesta di nuovi ingressi legali per rifornire le aziende di nuovo proletariato da sottopagare. E invece, benché la chiave economicistica di per sé sia limitata, la dimensione economica del fenomeno resta comunque cruciale. Più in generale, come in Europa si era capito già sul finire dell’Ottocento, non c’è lotta sociale senza lotta nazionale, e viceversa. Non c’è identità senza lotta a una «iperclasse» (Christopher Lasch) che peraltro è già di suo globalizzata e sradicata. Ma il tema nazional-identitario e quello sociale si basano a loro volta necessariamente su una…

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