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Macerata, 22 apr – L’Università di Macerata ha festeggiato mercoledì 18 aprile l’apertura del 728esimo anno accademico all’insegna di alcuni sogni nel cassetto: inclusione, valorizzazione delle differenze, capacità di cooperare per il bene comune, superamento degli ostacoli alla rinascita sociale e culturale e, in fine, centralità dell’Umanesimo. Neanche Diego Fusaro saprebbe stordirti così efficacemente in così poco tempo, difatti se non fosse per le banalità espresse, costoro meriterebbero anche un applauso. Non solo per le doti da incantatori di serpenti, ma anche per il coraggio e la faccia tosta che hanno mostrato. È intervenuto il sindaco dicendo che l’università forma uomini e professionisti (pensavamo formasse bracconieri: grazie per il chiarimento) e che la città risponde alle aspettative degli studenti offrendo qualità di vita, accoglienza e integrazione. E qui un primo leggero mancamento colpisce un po’ tutti. Sapevamo che trovare nessi improbabili tra situazioni diverse fosse un’attività tipica di chi volesse condurre velocemente una donzella nella propria camera da letto: della serie che siccome mi è morto il canarino e ho trovato un po’ di fila in autostrada, è il caso che tu ti svesta immediatamente.
Che un sindaco però, sornione, connetta l’utilità dell’università con l’accoglienza che l’amministrazione comunale vuole prestare ai clandestini che sbarcano, ci pare abbastanza assurdo e ironico. Se non maldestramente fazioso. E si tratterebbe di quella faziosità grossolana che non permette proteste e invettive, perché altrimenti finisci per essere accusato di essere il mandante di quei coglioni che hanno presto a schiaffi il professore in classe. È una sorta di scudo impenetrabile. Però la cazzata l’hanno fatta anche loro. Perché se dici semplicemente fesserie sull’accoglienza e l’integrazione, tutti noi sorridiamo e scuotiamo la testa: la solita università sessantottina. Ma quando fai salire sul palco una studentessa che si chiama Oiza Queensday Obasuyi (è scritto bene? Chissenefrega), italiana di seconda generazione che va fiera delle sue origini nigeriane (verrebbe da dire: e stigrancazzi!), la quale fa il suo raccontino sul terrore che ha coinvolto Macerata, finendo per compiacersi per quella insolente marcia antirazzista avvenuta durante il Giorno del ricordo, il sipario cala, e col sipario anche le tue mutande. L’evento universitario, questa festicciola somigliante ad un comizio di partito, ha smascherato il vero intento delle “autorità” che la hanno organizzata: evidenziare ancora una volta il gesto folle compiuto da un folle (Traini), celando così il barbaro omicidio di Pamela Mastropietro, uccisa e macellata da dei nigeriani (i quali, pure loro, siamo certi vadano fieri delle proprie origini) adepti della mafia arrivata proprio da quel paese e che sta divenendo tra le più potenti in Italia. Gestisce spaccio di stupefacenti e prostituzione, e durante il suo cammino verso il potere ha falciato la vita di una ragazza italiana. Per lei non vi fu spazio nella manifestazione antifà e antiquà, perché le femministe erano occupate a sventolare cartelloni su cui chiedevano ai clandestini di non lasciarle sole coi fascisti o in cui riportavano la loro ricetta conclusiva della diatriba: il meticciato. Ottimo.
E l’università? I posti erano occupati anche lì. Il geniale intervento della geniale nigeriana/italiana era già ricolmo di entusiasmo e di saggi consigli per trovare un minuscolo spazio per ricordare la nostra Pamela. “Nostra”, perché “sua” evidentemente non è, non essendo stata la signoria Oiza eccetera in grado di pronunciare il suo nome accostandovi causa ed effetto. L’essenziale è esser fieri delle proprie origini, sentirsi metà e metà (come disse l’altro premio nobel Cécile Kyenge) ed essere costantemente e confusamente indignati per il razzismo strisciante ma anche orgogliosamente commossi per le successive reazioni umane. Poi canteremo in dolente coro imègiiiiin ooool de pipooool, ci tapperemo la bocca alla Saviano pensando alla Siria dal 145esimo piano di un grattacielo e, verso sera, parteciperemo ad un party al lume di candela in ricordo delle vittime del razzismo e del fascismo nutrendoci di ostriche, caviale e champagne. Cravatte di seta rigorosamente prodotte in Oriente da duecento bambini stipati in una capanna. Senza alcun merito ben preciso, a metà serata, sfuggendo alle telecamere, farà il suo ingresso trionfale Oiza eccetera la quale ci costringerà a piangere per il suo racconto su quanto sia devastante essere di colore (quale colore?) in Italia. Riparte imègiiin oool de pipooool. Finale a sorpresa: qualcuno si rompe i coglioni, decide di intervenire e ci riporta alla realtà a suon di sberle. Indistintamente: neri, bianchi, gialli, rossi. Sberle per tutti, di quelle che frizzano e non fanno male. Di quelle che ti fanno tornare un po’ di sale in zucca. P.s. siete interessati alla qualità dell’università italiana? Andate sul profilo twitter della signorina Oiza eccetera: troverete scritte una tal quantità di perle (autopropagandistiche, oltretutto) che renderanno il quadro decisamente più nitido.
Lorenzo Zuppini



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3 Commenti

  1. Studentessa italo-nigeriana???………..una nera intollerante,razzista e xenofoba contro la povera bianca Pamela,uccisa dalla feccia africana spacciatrice e mafiosa…….che schifo le fa , la povera Pamela , a questa tizia, non le frega nulla di Pamela fatta a pezzi dai suoi simili……che vergogna………Macerata??? Università??? Qualcuno risponda a sta nera per favore……. oramai essere bianchi etero e di destra è peggio che rapinare le banche……dove possiamo esprimerci allora se le università sono in mano alla ignavia piddina???che schifo,che vomito, quando ancora dovremmo sorbirci queste lezioni false e ipocrite……..siate felici, stranieri ultra coccolati ,poiché i coglioni italiani che vi proteggono e vi raccomandano sono sempre più accaniti e spietati contro i poveri sudditi italici.

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