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Roma, 29 lug – Non ci sono solo i territori d’Oltremare, da qualche anno la Francia ha un nuovo dipartimento: l’Italia. Dalle acque territoriali al caos attorno a Fincantieri, passando per le manovre sulla Libia e su Telecom, a Roma non si muove foglia che Parigi non voglia, con il governo italiano ormai alla mercé delle scelte altrui e ridotto a mero esecutore di decisioni prese oltreconfine.

Partiamo dalle acque territoriali. Siamo a marzo del 2015 quando il governo Renzi regala alla Francia uno specchio di mar Ligure. E lo fa di nascosto, dato che la notizia balza agli onori delle cronache solo dopo il sequestro di un peschereccio sanremese al lavoro nella cosiddetta “fossa dei gamberoni”, zona particolarmente ricca di crostacei, convinto di trovarsi ancora in acque italiane. A un anno di distanza stesso copione, ma questa volta in Sardegna: altri pescherecci fermati dalla guardia costiera francese perché lo stesso accordo riguardava anche porzioni del Mar Tirreno.

Galeotta, in ordine di tempo, sembra essere stata la no fly zone sulla Libia, l’operazione mascherata da intervento più o meno umanitario che nel 2011 portò alla caduta di Gheddafi. La partecipazione italiana, nonostante il trattato di alleanza con Tripoli, passerà alla storia, oltre che come un voltafaccia, anche come l’inizio della fine di una strategia di politica estera – pur con tutti i suoi limiti – di discreto respiro. Da allora, infatti, la Farnesina ha progressivamente ridotto (al di là dell’ormai solo simbolica ambasciata nella nostra Quarta Sponda) il suo spettro d’intervento in un contesto per noi più che strategico. Pochi giorni fa, complice anche la lungimiranza del mettere un Alfano qualsiasi a dirigere gli affari esteri, è poi arrivato il sigillo: i due premier libici a colloquio da Macron, che si è posto come mediatore ufficiale fra le parti in causa di fatto escludendo l’Italia. A noi toccheranno solo i clandestini.

Non bastava lo schiaffo diplomatico, nel mentre si preparavano anche a stretto giro non una ma ben due bordate economico-industriali. Perché non bastavano le 186 operazioni di fusione e acquisizione per oltre 50 miliardi (a fronte delle 97 per meno di 8 miliardi italiane) fatte negli ultimi 10 anni: da Parigi vogliono anche avere il pieno controllo. Succede così che in Telecom, passata nelle mani dei francesi di Vivendi dopo la dominazione spagnola, la longa manus transalpina ha scoperto le sue carte: l’attività di direzione e coordinamento, da ieri, è ufficialmente in mano al gruppo di maggioranza relativa, con tutte le deleghe operative passate nelle mani del presidente Arnaud de Puyfontaine. Unica eccezione Telecom Italia Sparkle (delega conferita al consigliere Recchi) visto il delicato ambito – 375mila km di reti specialmente a cavallo dell’intero Mediterraneo – nel quale opera. Solo uno specchietto per le allodole, un palliativo dato che la suddivisione dei poteri in seno alla società è del tutto sbilanciato al di là delle Alpi.

La seconda bordata, invece, riguarda Fincantieri. Dopo mesi di trattative, il gruppo triestino ha (aveva) messo le mani sui Chantiers de l’Atlantique di Saint-Nazaire, pregiato polo industriale. 200 milioni sul piatto per rilevare le proprietà in terra di Francia della coreana Stx, da tempo in difficoltà e che proprio Fincantieri si prepara(va?) a sostituire nel grande risiko della cantieristica mondiale. Accordo con Parigi siglato, ma in attesa della definizione degli ultimi dettagli è intervenuto d’imperio il neo presidente: niente da fare, i Chantiers vanno nazionalizzati in quanto attività strategica. Una sberla economica, politica e diplomatica in piena regola. I coreani controllavano i 2/3 delle quote del cantiere, a rigor di logica Fincantieri non offriva garanzie maggiori? No, perché alla retorica dei “partner europei” è rimasto a credere, con il cerino in mano, solo il nostro governo. “Non riusciamo a capire il perchè della decisione”, lamenta Padoan. Eppure il motivo è semplice: si è rinunciato non solo a cercare la sovranità nazionale ma proprio a pensarla come strategia. E l’unica via alla quale conduce questa ristrettezza mentale e di visione politica porta dritto

Filippo Burla

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