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Roma, 12 ago – In principio fu Alessandro Gassmann (a braccetto con l’amica Emma Bonino): “Senza immigrati il Paese si ferma. Senza immigrati, niente pomodori”, affermava in un perentorio tweet il cosiddetto figlio d’arte. In realtà, la Bonino aggiunse anche le olive alla lista dei “senza i migranti scordatevi…”: mancano giusto capperi e acciughe e gli spaghetti alla puttanesca sono belli che pronti. Perfetti, da inserire nel menù di Don Biancalani: e a Natale, “panettone del migrante” per tutti!
Continua la narrazione che vede l’immigrato come unico tutore dei prodotti “made in Italy”. Non solo: si aggiungono avvocati difensori e paladini dei “tutori di Sua Maestà, il pomodoro”. Ultimo nella lunga lista dei buonisti radical chic, commentatore a bordocampo ignaro delle reali, dinamiche di gioco, è l’attore e regista Michele Placido. Assist perfetto, tanto abilmente quanto cinicamente strumentalizzato, è stato l’incidente stradale dello scorso 6 agosto: Il furgoncino coi 12 migranti capovoltosi nel foggiano. “Sono martiri del nostro Paese, andrò ai loro funerali”, ha dichiarato in settimana.
Il problema del caporalato balza agli onori della cronaca in queste roventi giornate estive. Una novità? Certo che no. Ma la logica della buonista e immigrazionista narrazione mediatica, erge questo reato (regolamentato dalla Legge 199/2016 in contrasto allo sfruttamento del lavoro) a nuovo “oppio dei popoli”. Prendono così vita stucchevoli vignette che sostituiscono i famigerati pomodori con cassette di cuori rossi: “Noi, vittime anche vostre, sacrifichiamo cuori e vita per condire la vostra pasta. Per arricchire il vostro menu”. Assimilare il fenomeno criminoso del caporalato all’imprescindibilità dei migranti, è macroscopico errore. Non solo braccianti extracomunitari sono vittime di questo sistema: tanti uomini ed altrettante donne, italiani ed italiane, hanno perso la vita sui campi di raccolta.
Leggi anche – Immigrazione e caporalato: quando il buonismo si chiama sfruttamento
Eppure, i signori Gassmann, Bonino, Placido non hanno “cinguettato”. Non hanno presenziato a funerali o inneggiato a questi “martiri del nostro Paese”. Così, di Paola Clemente e Giuseppina Spagnoletti (braccianti decedute rispettivamente nei campi di Andria e Ginosa) poco si è parlato. Paola non morì in un accidentale scontro stradale: fu stroncata da un infarto, mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Anche Giuseppina, appena 39enne, fu colpita da malore per la troppa fatica. Tante ore di lavoro sotto il sole cocente del sud. Pochissimi “spicci” per quelle giornate che cominciano troppo presto e finiscono troppo tardi: se finiscono. Solo due tra i numerosi casi riportabili. Ma alla sinistra importa un certo tipo di decesso, un certo tipo di defunto. Perché l’ipocrisia, oltre ad essere stucchevole ed infinita, è pure macabra: e la corposa schiera di “radical chic”, ce lo ricorda ogniqualvolta vi si presenti l’occasione. La vera discriminazione è proprio questa: il razzismo di chi si professa, orgogliosamente, antirazzista.
Chiara Soldani

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2 Commenti

  1. Sacrosante parole! Mia suocera ancora mi racconta di come i caporali trattenevano parte della paga e decidevano chi poteva lavorare. Per sconfiggere questo sistema deliquenziale che esiste da sempre al sud…bisogna solo averne la volonta’

  2. Lo Stato Italiano dovrebbe essere giustamente severo con chi sfrutta i lavoratori e crea condizioni di lavoro riconducibili ad una Italia descritta dal Verga. Non si tratta di dignità ma di civiltà.
    Non c’è da discutere o trattare, il lavoro manuale in ogni sua forma, in Italia non deve essere un lavoro da schiavi.

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