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coop istituzionaleRoma, 19 dic – Si chiama “prestito soci”, si legge capitale di rischio. Così si potrebbe sintetizzare la natura, ai limiti della truffa, delle somme impiegate dai risparmiatori nelle cooperative diffuse in tutta Italia, principalmente al nord est della penisola. Strutture che nascono come modalità di gestione in comune di un’impresa ma hanno assunto, nel tempo, dimensioni e attività da vere e proprie banche d’affari.



Secondo un’analisi condotta da R&S, ufficio studi di Mediobanca, nel 2013 gli oltre 12 miliardi investiti dalle Coop hanno prodotto, al netto degli oneri finanziari, un margine positivo per oltre 200 milioni di euro. Quanto basta per superare di almeno quattro volte il margine di ricavi derivanti dalla gestione industriale tipica, che si assesta poco al di sotto dei 50 milioni. Una sproporzione notevole, in specie quando il cattivo andamento degli affari moltiplica le perdite.

E’ questo il caso, ad esempio, delle “Coop Operaie di Trieste Istria e Friuli”, realtà con una storia ultracentennale per la quale la Procura del capoluogo Friulano ha richiesto a fine ottobre il fallimento. I 103 milioni di buco rischiano di costare caro agli oltre 700 dipendenti e ai 114mila soci. Soci che hanno investito nella Coop i propri risparmi, attraverso la formula appunto del prestito soci. Si legge sul sito delle Coop Operaie: “Il prestito sociale è uno strumento a disposizione di tutti i soci, per mettere al sicuro e avere al tempo stesso sempre disponibili i propri risparmi”. Nulla a che fare con i classici interventi in termini di capitale (ad esempio l’acquisto di quote di Srl o azioni di Spa, che espongono l’investitore al rischio d’impresa), ma una vera e propria forma di deposito a vista.

C’è un però: la raccolta del risparmio, in Italia, è esclusiva degli istituti di credito e soggetta alla vigilanza da parte della Banca d’Italia a tutela dei correntisti. Le Coop non sono tuttavia soggetti esercenti attività bancaria, per cui tale attività dovrebbe essergli preclusa. Inoltre, in virtù della mancanza di autorizzazione a svolgere raccolta del risparmio, sono anche escluse dal perimetro di vigilanza della banca centrale. Ad ammetterlo è stato lo stesso istituto guidato da Ignazio Visco, in una comunicazione inviata alla redazione di “Virus”, il programma condotto da Nicola Porro che si è occupato dell’argomento: «La Banca non può investigare, né intervenire, né sanzionare in caso di esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico, che è un reato penale il cui accertamento e repressione sono affidati alla magistratura e alle forze di polizia. Qualora riceva segnalazioni su possibili violazioni delle disposizioni in materia, interessa tempestivamente l’autorità inquirente, come è accaduto nel corso del 2014, in relazione a due segnalazioni ricevute».

Filippo Burla



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