Roma, 24 mag – A furia di pontificare, direttamente o per il tramite di qualche burocrate Ue, si rischia di finire bruciati direttamente a casa propria. Ne sa qualcosa la Germania, che si ritrova a dover gestire l’ennesima crisi di Deutsche Bank.
Il colosso finanziario tedesco ha appena annunciato 7mila licenziamenti nella sua divisione investimenti, un maxi-taglio che porterà gli effettivi totali della banca da 97 a 90mila. La scure si abbatterà sul personale che si occupa di vendita e negoziazione di titoli, che si ridurrà nel complesso del 25%.
La cura sui conti affidata all’inglese John Cryan – che aveva già limato la forza lavoro lasciando a casa 9mila dipendenti e chiudendo 200 filiali in Germania – non ha funzionato tanto che ad inizio aprile il dirigente britannico ha ceduto le redini al nuovo amministratore delegato, questa volta tedesco, Christian Sewing.
“Restiamo una banca di finanziamenti e investimenti internazionale, ma dobbiamo concentrarci su ciò che sappiamo davvero come fare bene”, ha spiegato Sewing, illustrando l’entità dei tagli al personale come necessità di dimostrare agli investitori che Deutsche Bank intende tornare una realtà redditizia.
A pesare sul futuro di Deutsche Bank è la mole miliardaria di derivati e titoli potenzialmente tossici che la società tedesca ha in pancia. Gli ulteriori tagli a questo punto sono una reale necessità operativa o la spia di qualcosa di più pericoloso all’orizzonte?
Filippo Burla

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