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Roma, 27 apr – Nonostante sia uno degli stati più piccoli dell’Unione Europea in termini sia di grandezza che di popolazione (solo Malta è più piccola), 140 banche di 28 nazioni diverse operano in Lussemburgo, con un patrimonio gestito di oltre 4mila miliardi di euro.



Questo piccolo paese di 600mila abitanti è considerato sin dagli anni settanta un rifugio per grandi aziende e miliardari di tutto il mondo, a causa della sua benevola legislazione in termini di tassazioni.

La classe politica lussemburghese ha sempre affermato di aver semplicemente reso l’industria della finanza prioritaria e strategica per gli interessi della Nazione, in realtà il Lussemburgo è probabilmente il più famoso paradiso fiscale del mondo, e lo scandalo “LuxLeaks” esploso nel 2014 ha nuovamente portato all’attenzione internazionale questa situazione piuttosto imbarazzante.

Come le multinazionali evadono le tasse

Grazie al lavoro del Consorzio Internazionale dei giornalisti investigativi (in inglese ICIJ), una rete di 220 giornalisti con sede a Washington, si è scoperto come alcune delle più grandi multinazionali al mondo abbiano convogliato miliardi di dollari in Lussemburgo per evitare di pagare le tasse dovute alle varie nazioni europee dove fisicamente svolgevano attività.

Le rivelazioni di “LuxLeaks” hanno messo in luce una prassi consolidata di accordi “segreti” e personalizzati (i famosi “tax ruling”) tra il governo lussemburghese e circa 350 società multinazionali (tra i quali Apple, Nike,Disney, Skype e GlaxoSmithKline) che hanno consentito a queste ultime di risparmiare miliardi di euro in tasse.

Il meccanismo è piuttosto semplice: dalla fine negli anni 90 il Lussemburgo ha trasformato in legge nazionale la direttiva europea che permette alle imprese societarie di pagare le tasse dove hanno la sede legale e non necessariamente nei paesi che ospitano il processo produttivo.

Le grandi società di consulenza offrono dei pacchetti fiscali alle grandi aziende approvati direttamente dall’amministrazione tributaria lussemburghese, che oltre al trasferimento della sede legale in Lussemburgo, prevedono una serie di attività atte a riallocare i profitti nel granducato.

Una pratica molto usata riguarda i prestiti tra società dello stesso gruppo, ad esempio una azienda con base in una nazione con fiscalità elevata presta soldi a tassi di interesse simbolici, anche inferiori all’1%, ad una azienda “sorella” con sede in Lussemburgo. Quest’ultima nasce con il preciso scopo di prestare a sua volta denaro ad altre società del gruppo ubicate in altri paesi a tassi molto più elevati, ad esempio al 10-12%. Con questo meccanismo le grandi multinazionali abbattono la base imponibile nei paesi ad elevata tassazione, per trasferire i profitti in Lussemburgo ed avvantaggiarsi del favorevolissimo regime fiscale.

Spesso la presenza di questi colossi nel granducato è esclusivamente simbolica, non è infrequente trovare centinaia se non migliaia di aziende aventi sede legale allo stesso identico indirizzo.

Il coinvolgimento delle istituzioni

Ovviamente il ministero delle Finanze in Lussemburgo continua a negare che la nazione sia un paradiso fiscale, avvalendosi del fatto che il piccolo paese non figura nella apposita lista nera dell’Ocse o dell’Unione Europea. In realtà queste liste sono state spesso accusate di poca chiarezza e di criteri di inclusione piuttosto discutibili, tanto è vero che l’organizzazione indipendente e no profit OXFAM ha redatto la propria lista dei paradisi fiscali dove non solo è presente il Lussemburgo, ma è in compagnia di altre nazioni europee come l’Olanda, l’Irlanda e Cipro.

Leggi anche – Ecco come il paradiso fiscale Olanda ruba 50 miliardi di euro l’anno

Questi paesi si difendono affermando di avere legalmente diritto di competere con le altre nazioni europee a livello fiscale, e che ogni stato è libero di fissare il livello di tassazione al suo interno a seconda delle priorità nazionali.

In realtà questa aggressività a livello fiscale ha sollevato parecchi dubbi anche all’interno della stessa Unione Europea, dove ricordiamoci vige il divieto assoluto di fornire aiuti di stato che possano favorire alcune aziende a scapito di altre, e il piano di accordi tra il governo lussemburghese e le multinazionali evidenziato dallo scandalo “LuxLeaks” sembrava proprio andare in quella direzione.

La questione assume particolare interesse se pensiamo che per quasi venti anni (dal 1995 al 2013) il Primo Ministro lussemburghese è stato l’attuale (anche se ormai uscente) presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Proprio il sostenitore del rigore finanziario a livello europeo è stato in qualità di Primo Ministro, il principale fautore della trasformazione del Lussemburgo da piccolo stato basato sulla produzione di acciaio al più grande agglomerato europeo di multinazionali e finanziarie. In molti si chiedono come Juncker possa lavorare nell’interesse dell’Europa quando per anni ha di fatto favorito il trasferimento di capitali attraverso la dubbia politica fiscale lussemburghese, privando altre nazioni europee di importanti risorse finanziarie.

Se lo sono chiesti anche il Front National francese e i britannici dello Ukip che già a fine 2014 proposero una mozione di sfiducia contro la Commissione Europea presieduta da Juncker, mozione peraltro respinta a grande maggioranza. Lo stesso Commissario Europeo per la concorrenza, la danese Margrethe Vestager, venne sollecitata ad una azione investigativa. Ma questa è stata portata avanti piuttosto blandamente e concentrandosi soprattutto sulle multinazionali americane, ha sortito solamente l’effetto di irritare il presidente Donald Trump, che è arrivato ad affermare che “quella signora europea che si occupa di tasse odia gli Stati Uniti”.

Esiste la volontà di combattere l’evasione fiscale?

Sono quindi passati quasi 5 anni e ancora nemmeno un singolo accordo rivelato dai “LuxLeaks” è stato seriamente indagato da parte della Commissione Europea. In compenso la magistratura lussemburghese non è stata con le mani in mano, scoprendo l’identità di due degli anonimi lavoratori della PriceWaterhouse Cooper che con le loro segnalazioni avevano dato il via allo scandalo, e perseguendoli penalmente insieme al giornalista francese Edouard Perrin.

In tribunale, i magistrati hanno accusato Antoine Deltour e Raphael Halet di aver diffuso informazioni false, in quanto nessun comportamento riscontrato dalle multinazionali o dal governo lussemburghese si è dimostrato essere illegale. Che poi è la stessa posizione tenuta da Juncker, il quale ha sempre negato qualsiasi sospetto di illegalità, affermando che le leggi fiscali sono sempre state rispettate e che tutto si è sempre svolto in conformità con la legislazione nazionale e le direttive europee.

Ancora una volta appare evidente la mancanza di volontà da parte dell’Unione Europea di arrivare ad una armonizzazione fiscale che vada a neutralizzare le politiche aggressive di alcuni paesi a scapito di altri, con il risultato che ancora oggi in Lussemburgo è possibile stipulare “accordi” che permettono alle imprese di pagare meno dell’1 % di tasse, evadendo tra i 50 e 60 miliardi di euro all’anno.

Claudio Freschi



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2 Commenti

  1. […] I lussemburghesi, infatti, affermano di avere il diritto di competere con le altre nazioni europee a…, e che ogni stato è libero di fissare il livello di tassazione al suo interno a seconda delle priorità nazionali. I proventi delle multinazionali che passano per i paradisi fiscali non fanno altro che aumentare i monopoli comprimendo la libera concorrenza. Questo basterebbe a dimostrare come l’allocazione ottimale delle risorse non passa attraverso la libera circolazione delle merci. Cade, così uno dei cardini del liberismo. […]

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