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Roma, 9 apr – Il conto dell’emergenza coronavirus, in termini di perdite economiche, è davvero salato. Almeno secondo la Svimez, che stima che la serrata generale anti contagio costa circa 47 miliardi di euro al mese (il 3,1% del Pil italiano): 37 in fumo al centro nord, 10 al sud. Si tratta di 788 euro pro capite al mese nella media italiana: 951 euro al centro nord, 473 euro al sud. L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno fa queste stime partendo dal presupposto che il 50% degli impianti italiani è al momento fermo.

Pil italiano -8,4% nel 2020

Svimez poi fa presente che considerando una ripresa delle attività nella seconda parte dell’anno, il Pil nel 2020 si ridurrebbe comunque dell’8,4% per l’Italia, registrando un -8,5% al centro nord e un -7,9% nel Mezzogiorno. Insomma, secondo l’associazione, è vero sì che l’emergenza sanitaria colpisce più il nord, ma gli impatti sociali ed economici purtroppo uniscono il Paese. Nel dettaglio, senza considerare i settori dell’agricoltura, le attività finanziarie e assicurative e la pubblica amministrazione, crollano del 50% fatturato, valore aggiunto e occupazione su base nazionale. La serrata generale imposta dall’epidemia colpisce duramente, sia pure con diversa intensità, i settori di industria, costruzioni, servizi e commercio. In termini di posti di lavoro coinvolti la forbice si annulla tra nord e sud: 53,3% nel settentrione, 51,1% al centro e 53,2% nel meridione.

Rischi per il Sud nella fase della ripresa

Svimez infine lancia l’allarme: il sud rischia di accusare una maggiore debolezza rispetto al centro nord nella fase della ripresa, perché sconta inevitabilmente la precedente lunga crisi, prima recessiva, poi di sostanziale stagnazione, divenuta strutturale.

L’appello del nord: “Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore”

Dal nord inoltre arriva l’appello al governo da parte dei presidenti di Confindustria di quattro regioni per la “riapertura delle imprese, la difesa dei luoghi di lavoro, in piena sicurezza“. Il tempo stringe, è a rischio l’intero sistema economico: “Se le quattro principali regioni del nord che rappresentano il 45% del Pil italiano non riusciranno a ripartire nel breve periodo, il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia”. Il problema è duplice: da un lato, ogni giorno che passa migliaia di imprese italiane stanno perdendo clienti sostituiti dalla concorrenza straniera; dall’altro, nonostante l’emergenza, il governo finora non ha messo in campo neanche un centesimo.

“Serve riapertura ordinata e in sicurezza del cuore del sistema economico del Paese”

Ecco perché Confindustria Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte avvertono che “prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese”. Gli industriali del nord pertanto chiedono “una roadmap per una riapertura ordinata e in piena sicurezza del cuore del sistema economico del Paese. È ora necessario concretizzare la Fase 2“. E spiegano anche che “per farlo bisogna realizzare un percorso chiaro e decisioni condivise con una interlocuzione costante tra Pubblica amministrazione, associazioni di rappresentanza delle imprese e sindacati che indichi le tappe per condurre il sistema produttivo verso la piena operatività”.

Insomma, il succo delle richieste degli industriali è che visto che il governo giallofucsia non sta aiutando economicamente le imprese a “tenere botta” durante la serrata generale, a questo punto è di vitale importanza riaprire il prima possibile.

Adolfo Spezzaferro

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