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Seconda puntata dell’inchiesta sull’euro
Qui la prima puntata
Roma, 1 apr – Siamo ormai assuefatti all’idea che un eventuale uscita dall’euro comporti una crisi del valore della moneta e quindi un livello di inflazione insostenibile. Già vediamo tra giornali e social network vignette di uno scenario post-uscita dall’euro simile alla Germania del primo dopoguerra con cittadini che si recano a comprare le patate con carrelli pieni di soldi, ma è davvero così?

inflazione euro
La nuova lira secondo i neoliberisti

Innanzitutto, bisogna chiarire che il vigoroso deprezzamento di cui tanto si parla non è assolutamente un dato di fatto. Vari studi, anche molto autorevoli, come quelli condotti da Mediobanca o da Bank of America, hanno sottolineato come il deprezzamento sarebbe più che contenuto o addirittura inesistente.
svalutazione moneta
Fonte: Die Welt, studio Bank of America

In particolare lo studio di Bank of America, pubblicato anche dal quotidiano tedesco Die Welte, ha pronosticato un deprezzamento del 3% rispetto all’attuale euro, cifra più o meno sulla media rispetto a quella degli altri paesi. Un deprezzamento di tale livello non può quindi avere conseguenze negative su un paese esportatore come l’Italia. Una riduzione del valore della valuta, porta infatti ad un aumento delle esportazioni, avvicinandosi ad un riequilibrio anche dei rapporti economici con la Germania, e ad un rafforzamento delle merci nazionali sul mercato interno.
E se l’inflazione fosse maggiore? Effettivamente ci sono alcuni studi che hanno previsto un’inflazione maggiore, alcuni addirittura intorno al 20%. Come abbiamo detto questo dato è arbitrario, dato che molti studi dicono il contrario, ma quali sarebbero le conseguenze? Innanzitutto l’effetto sui mercati sarebbe estremamente positivo rafforzando le esportazioni ed il mercato interno.
I detrattori dell’uscita sostengono però che assisteremmo ad un’impennata dell’inflazione dovuta appunto alla riduzione del valore. Siamo sicuri? I casi che smentiscono questa assunzione sono innumerevoli. Già nel 1992, con l’uscita dell’Italia dallo Sme abbiamo assistito ad una svalutazione del 40% in tre mesi, aumentata al 50% in tre anni, e poi ad un leggero apprezzamento del cambio del 10% circa. In questi tre anni l’inflazione è stata del 4% annuo, cifra trascurabile rispetto ai benefici che un deprezzamento del genere può avere. Ma questo è solo uno dei tanti casi. Nel 2012 lo yen giapponese ad esempio si è svalutato fortemente rispetto a euro e dollaro, ma non c’è stata inflazione. Così è avvenuto anche per il dollaro statunitense che tra il 2007 ed il 2008 a fronte di un deprezzamento del 15% circa ha visto un’inflazione del 4% e per la sterlina inglese e la corona svedese, che svalutando in seguito alla recessione del 2008 hanno mantenuto dei tassi di inflazione comunque molto contenuti. Addirittura la stessa moneta unica nell’ultimo anno e mezzo ha perso circa il 25% del valore mentre l’inflazione è stata quasi sempre negativa (deflazione) o comunque inferiore al 2%. Cosa ci insegna tutto ciò? Ci insegna che la connessione tra deprezzamenti e aumenti dell’inflazione non è obbligatoria, inoltre l’inflazione, se a livelli controllabili inferiori alla doppia cifra, non è un male assoluto. Una volta usciti dall’euro quindi, non ci sarà un’inflazione eccessiva semplicemente perché la nuova moneta italiana, convertita 1 ad 1, assumerà il valore che le spetta, ovvero rifletterà il valore dell’economia a cui appartiene, oscillando e muovendosi quanto deve in modo che i nostri prodotti possano avere il valore adeguato sui mercati internazionali senza dover competere in una situazione di moneta fortemente apprezzata. Gli scenari che spesso sentiamo evocare, inoltre, come quello dello Zimbabwe, della Germania post prima guerra mondiale o dell’Argentina, non sono dovuti a problemi di deprezzamento, ma a ad eccessiva emissione legata a problemi di debito sovrano, cosa che non ha nulla a che vedere con una possibile uscita dell’Italia dall’euro. In definitiva possiamo dire che l’uscita dall’euro non sarà facile, ma gli scenari catastrofici evocati dalla stampa europeista sono meri atti di propaganda.
Un’altra storia da smontare è quella sul debito. I neo-liberisti sostengono che il debito pubblico stipulato in euro debba essere per forza ripagato in euro. Peccato che ai rapporti di debito/credito regolati dal diritto nazionale si applichi il principio della Lex Monetae, per il quale è lo Stato sovrano a decidere quale moneta utilizzare per i pagamenti. Le conseguenze pratiche di questo principio sono disciplinate dagli art. 1277 e seguenti del Codice Civile:
Art. 1277 Debito di somma di danaro
I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.
Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima.
Art. 1278 Debito di somma di monete non aventi corso legale
Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento.
Art. 1281 Leggi speciali
Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i princìpi derivanti da leggi speciali.
Sono salve le disposizioni particolari concernenti pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato.
L’art. 1277 si applicherebbe laddove l’area euro esplodesse. In quel caso l’euro non ci sarebbe più, non avrebbe più corso legale da nessuna parte al tempo del pagamento, e i pagamenti andrebbero fatti in moneta legale (nuova lira) ragguagliata per valore all’euro, e il rapporto di cambio sarebbe quello del changeover, cioè uno a uno (mi riferisco al changeover “in uscita”, non a quello “in entrata”. Solo qualche sprovveduto può pensare che si torni al 1936,27, ma lasciamo stare: non è un blog di psichiatria).
L’art. 1278 si applicherebbe laddove l’Eurozona non esplodesse, per cui l’euro continuerebbe ad avere corso legale, ma non nello Stato italiano. In questo caso il debitore potrebbe pagare in euro, ma ha facoltà di pagare in moneta legale (nuova lira) al cambio corrente alla scadenza. Lasciamo la parola al prof Bagnai: “Ecco!” Interviene il luogo comunista terrorista “Vedi! Il povero consumatore sarà schiacciato dalle rate del mutuo, perché dovrà pagarle in euro, o. ciò che è lo stesso, in nuove lire svalutate”. Calma. Leggiamo tutto. Questa disposizioni si applicano a meno che non intervengano leggi speciali, previste dall’art. 1281, e lo Stato ovviamente dovrà nel decreto di uscita, prevedere una deroga all’art. 1278 stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data del changeover (cioè uno a uno), e non a quella della scadenza del pagamento (che incorporerebbe la svalutazione). Perché dico ovviamente? Perché se non lo facesse condannerebbe all’insolvenza una quantità abnorme di famiglie e di imprese. Nessun governo prenderebbe una decisione simile, se non altro perché significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi aspirazione politica dei suoi componenti”.
detentori debito pubblico
Fonte: Finanza pubblica, fabbisogno e debito – febbraio 2017

Occorre tener presente che più del 65% del debito pubblico italiano è in mani italiane, come illustrato in questo grafico della Banca d’Italia.
Quindi il discorso del Prof. Bagnai si applicherebbe al restante 35% di debito pubblico in mani straniere. Le parole sembrano anche troppo chiare. Quindi se volete ancora rimanere nella gabbia europea rimaneteci pure. Ma non dite che non ve l’avevamo detto.
Stefano Mastrillo

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