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CeO7SAjUkAEHsZ-_3324762_ver1.0_640_360Bruxelles, 24 mar – Ancora due fratelli, ancora due “nuovi europei”, ancora due ex delinquentelli sbandati. Gli attentati di Bruxelles sono stati compiuti da una squadra di terroristi guidata da due consanguinei: Ibrahim e Khalid El Bakraoui. È almeno la terza volta che accade, dopo i fratelli Abdeslam negli attacchi di Parigi dello scorso novembre e i fratelli Kouachi nell’assalto a Charlie Hebdo. Ibrahim El Bakraoui si è fatto esplodere all’aeroporto Zaventem, il fratello Khalid lo ha fatto nel secondo vagone di un treno della metropolitana che proveniva dalla stazione di Schuman in direzione della stazione di Arts-Loi. Di passaporto belga, i due El-Bakraoui hanno 29 e 27 anni. Nel 2010, Khalid è stato condannato a nove anni di prigione per aver sparato sulla polizia con un kalashnikov durante una rapina. Anche Ibrahim è stato in carcere nel 2011, ma per furto d’auto. Non si esclude che la loro radicalizzazione sia avvenuta proprio dietro le sbarre. Non sono però mai andati in Siria, anche se Ibrahim ci ha provato. Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che in giugno l’uomo era stato arrestato in Turchia e poi deportato in Belgio ma le autorità belghe lo avevano rilasciato poco dopo. Circostanza che il ministro della Giustizia belga, Koen Geens, smentirebbe: “Non fu estradato dalla Turchia al Belgio ma verso i Paesi Bassi”. Edrdogan ha dichiarato anche di aver avvisato all’epoca le autorità belghe che Bakraoui era un “foreign fighter”.

In ogni caso, è certo che Ibrahim e Khalid hanno avuto un ruolo anche nel massacro del 13 novembre. Allora curarono la logistica, stavolta si sono offerti in prima persona come terroristi suicidi. Sono comunque la bassa manovalanza del commando, a differenza di Laachraoui, il secondo attentatore dell’aeroporto, che è radicalizzato da molto tempo. Osservando queste canaglie da banlieue trasformatesi in bombe viventi, si nota subito come il profilo sia sempre identico. Pensiamo a Salah Abdeslam e il fratello Brahim. Figli di immigrati marocchini con cittadinanza francese, sono ricordati come due ragazzi sbandati e viziati. Brahim passava le giornate a fumare cannabis e a dormire. Era il proprietario di Le Béguines, un bar a Molenbeek, chiuso dopo che nella struttura era stata trovata della cannabis. Anche Salah conduceva una vita di eccessi: mai sveglio prima delle tre del pomeriggio, passava il suo tempo a dormire perché in genere usciva e rientrava a tarda notte o il mattino seguente. Prima di lavorare come direttore del locale del fratello Salah era impiegato in un’azienda di trasporti a Bruxelles da cui fu licenziato nel febbraio 2011 dopo aver commesso troppe assenze ingiustificate.

Insomma, gli Abdeslam la ricchezza sembrano averla scansata con tutte le proprie forze, causa mancanza cronica di voglia di lavorare. Ma siamo sulla stessa lunghezza d’onda anche con Chérif Kouachi e suo fratello Said, i due responsabili dell’assalto a Charlie Hebdo. Già indagati anni prima nell’ambito delle ricerche sulla “filiera jihadista di Buttes-Chaumont”, Said viene rilasciato, Chérif no. Gli inquirenti credevano che fosse in procinto di volare verso la Siria per raggiungere illegalmente l’Iraq, dove andare a combattere. Orfani dei genitori, emigrati anni prima dall’Algeria, Said e Chérif hanno vissuto per anni da “musulmani occasionali” (come si era definito in passato il più grande). Come tanti suoi coetanei delle banlieue, Chérif ha vissuto una vita da sbandato. Per lavoro consegnava pizze e lo stipendio lo spendeva tutto in hashish, magari arrotondando con qualche furtarello. A stregare i teppisti di periferia fu Farid Benyettou, 24enne autoproclamatosi imam nella moschea Adda’wa, nel quartiere Stalingrad, a sua volta formatosi alla scuola del cugino, Youcef Zemouri, islamista cacciato dalla Francia nel 2004. Dopo la scarcerazione, Chérif si farà chiamare “Abou Issen”. Il percorso verso Charlie Hebdo era cominciato.

Adriano Scianca

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1 commento

  1. Certo mancano analisi sociologiche serie, che servirebbero come il pane, sugli immigrati di origine araba di seconda e terza generazione, ma queste ‘traiettorie’ apparentemente assai ‘eccentriche’ sono forse a mio parere comprensibili alla luce di quella che si potrebbe definire la ‘religione nell’epoca globale’, cioè un modello religioso ‘meticciato’, ibrido, frutto di componenti socioculturali disparate, locali e globali a un tempo ecc.

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