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Città del Capo, 15 apr – “Sono in Sudafrica per cercare la verità. In un paese dove l’agricoltura è diventata una delle attività più pericolose al mondo”. È con questa frase che inizia il trailer di “Farmlands”, documentario realizzato dall’attivista canadese Lauren Southern, già nota alle cronache per essere stata arbitrariamente bloccata dalle autorità a Calais, al fine di impedirle di accedere al Regno Unito a causa delle sue posizioni considerate troppo “identitarie”.





La serie di documentari vuole raccogliere le testimonianze delle vittime di attacchi violenti nelle fattorie sudafricane e spiega le connessioni con il più ampio fenomeno del cosiddetto “genocidio bianco”.
Dopo le prime elezioni “democratiche” del 27 aprile 1994 – infatti – il vecchio regime segregazionista è stato sostituito da un ancor più subdolo regime discriminatorio, questa volta ai danni della popolazione bianca del Sudafrica. Tale parte di popolazione viene sempre più sovente e violentemente attaccata nel silenzio dei media locali e internazionale e sotto lo sguardo impotente o talvolta addirittura compiacente delle “democratiche” forze dell’ordine sudafricane.
Nel primo dei documentari pubblicati da Lauren Southern viene intervistata anche Eileen de Jager, la quale – di concerto con la polizia scientifica sudafricana –  si occupa della “bonifica” di scene del crimine. La signora de Jager è stata testimone oculare degli esiti di decine di attacchi a fattorie dove ha rilevato non solo casi di omicidio di donne e bambini ma anche chiari di segni tortura sui corpi delle vittime quali unghie strappate o arti amputati con machete. La testimonianza della Signora Eileen si conclude dicendo che negli ultimi anni il numero di attacchi alle fattorie sudafricane è aumentato fino a raggiungere una frequenza giornaliera.
La seconda testimonianza è della signora Jeanine, il cui padre è stato freddato con sei colpi, nell’ambito di un attacco alla fattoria che la famiglia gestisce da generazioni. L’autore del crimine è stato condannato a una pena di 15 anni di reclusione ma probabilmente potrà uscire dal carcere dopo soli 6 anni.
Nonostante quindi la stampa istituzionale includa tali episodi in fattispecie di furti o rapine “finite male”, il documentario rivela come questi vadano ascritti in un più ampio disegno volto ad intimidire la popolazione bianca e a costringerla a lasciare il Sudafrica, paese in cui i primi coloni europei – noti come “boeri” – si sono insediati ormai da più di 600 anni.
Tale disegno – una sorta di vendetta istituzionale per gli anni di apartheid – si traduce anche in provvedimenti legislativi quali i progetti di riforma agraria volti ad espropriare (senza fornire una congrua indennità) i terreni agli agricoltori bianchi nonché nel dichiaratamente razzista Black Economic Empowerment, un programma lanciato dal governo sudafricano che avvantaggia certe categorie di cittadini esclusivamente in base al colore della pelle.
Come paventato da alcuni degli intervistati, tale clima potrebbe condurre il paese ad una vera e propria guerra civile.
Edoardo Fiorani

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1 commento

  1. Dobbiamo assolutamente difendere la razza bianca, le genti indo-europee. Occorre iniziare incrinando il muro del politically correct, avere cioè il coraggio di dire certe verità (che a parti invertite sarebbero tranquillamente affermate), e poi agire facendo sopravvivere la nostra identità, il retaggio comune alle genti bianche. Ottimo articolo.

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