Roma, 30 gen – Se esistessero ancora l’indignazione e l’amore per la giustizia, gli indecenti dirigenti calcistici di tutte le leghe e associazioni sarebbero stati assediati con i forconi per la penosa rappresentazione romana della mancata elezione del presidente federale dopo le dimissioni del disastroso Tavecchio; l’uomo che, dentro agli equilibrismi del potere coltivato per il potere e mai per il prodotto, ha portato il calcio italiano fuori dai prossimi Mondiali di Russia. E invece non ci sono stati i forconi, la gente che investe in passione e soldi fatica forse a capire il senso dell’ultimo disastro: i signori in giacca e cravatta non sono riusciti a mettersi d’accordo e ad eleggere nemmeno al fotofinish il presidente federale. Al quarto ballottaggio, quando si è capito che l’impresentabile Gravina, il presidente della Lega Pro a 60 squadre, dove i club falliscono un giorno si e l’altro pure, avrebbe avuto una maggioranza risicata, il Sindacato dei calciatori rappresentato da Damiano Tommasi ( il terzo candidato) e la Lega Nazionale Dilettanti hanno deciso di votare scheda bianca.

Poco prima, il senatore di Forza Italia Cosimo Sibilia, il presidente della D, superato forse all’ultimo momento di un incollatura, aveva fatto il gesto di voler offrire la poltrona della presidenza all’avversario Gravina che, da navigato uomo di potere e di lobby, non aveva bevuto il calice avvelenato: con una maggioranza così risicata, al primo Consiglio Federale sarebbe saltato, impallinato dalle opposizioni e dai veti incrociati. La A e la B non erano certe compatte dalla sua parte dopo la figuraccia di Lotito che aveva voluto fare lui il presidente federale, salvo poi trovarsi con almeno un paio di club che lo avevano piantato in asso, allineandosi alle posizioni dei potenti antagonisti capeggiati dalla Juve con l’appoggio importante di Inter e Roma. Con Gravina invece, senza vergogna e solo per interesse di bottega, si era schierata, l’Assoallenatori di Renzo Ulivieri offrendo il proprio pacchetto del 10% dei voti.

GRAVINA IMPALLINATO – Come si capisce chiaramente, ai dirigenti del calcio interessa tutto, tranne che il bene del calcio stesso. Altrimenti si sarebbero messi una mano sul cuore e avrebbero trovato un punto di convergenza per ripartire. Sinceramente non può dispiacere che un carrierista federale di lungo corso come Gabriele Gravina sia stato fatto fuori, nonostante la campagna martellante che gli ha fatto Giancarlo Abete, il suo mentore per eccellenza, l’uomo che si era dimesso da presidente federale nel 2014 con Prandelli allenatore dopo il disastro del Mondiale in Brasile. Ma questi personaggi non li togli dalla circolazione nemmeno imbavagliandoli: Abete infatti era rientrato dalla finestra, messo per riconoscenza da Gravina in Consiglio Federale a rappresentare la Lega Pro. Quella che lui, Gravina, per far fuori Macalli, ha voluto a 60 squadre, per fare anche la guerra a Tavecchio alle penultime elezioni federali, salvo poi ritirarsi, continuando a fare carne da macello della Lega Pro.

LA VITTORIA DI MALAGO’ E DELLA JUVE – Strane e indegne queste manovre di potere che rappresentano il peggio del peggio, soprattutto se si tratta di gestire una federazione sportiva che avrebbe bisogno di cure da cavallo per rilanciarsi. Alla fine Malagò voleva il commissariamento e commissariamento è stato. Giovedì si riunisce la Giunta e dovrebbe uscire il nome dell’uomo chiamato a gestire la Federcalcio. Potrebbe anche non essere Malagò in persona ma Michele Uva, un altro collezionista di poltrone, da direttore generale della Figc a membro del Board dell’Uefa spinto dalla politica affaristica di Tavecchio, salvo poi mollare Tavecchio quando i destini della Nazionale e dello stesso dirigente cominciavano a scricchiolare. Uva che in questi mesi si è avvicinato a Malagò e che adesso è pronto per una nuova poltrona. La scelta, rivelatasi sbagliata, di avvicinarsi all’onnivoro Lotito per smania di potere allontanandosi di riflesso da Malagò, è costata cara anche a Cosimo Sibilia, che con il suo pacchetto del 34% dei Dilettanti, a un certo punto si è sentito il Grande Favorito. Ma al commissariamento si è arrivati, come prevedevamo da tempo, perché alla fine, questa è stata la soluzione caldeggiata nelle segrete stanze, senza mai indicare pubblicamente un candidato, dalla potente Juve e dai suoi alleati.

In sostanza, il club di Andrea Agnelli sente più tutelati i suoi interessi sotto forma di vere riforme del calcio, di una diversa distribuzione dei pesi e dei voti per la serie A, della creazione delle secondo squadre, dalla presenza di un commissario in Federcalcio. Da non trascurare nemmeno la figura di Damiano Tommasi: non ha mollato fino all’ultimo, non si è ritirato, al momento giusto ha calato l’asso della minaccia della scheda bianca con il suo sindacato per impallinare Gravina. Sicuramente, alla fine di tutti i giochi e controgiochi di potere di questi mesi è stato l’uomo più vicino a Malagò nel favorire il commissariamento, facendo cadere tutto il Castello. Il suo programma elettorale era il migliore, quello più vicino ai giovani e alle riforme e all’assunzione di responsabilità da parte del sindacato calciatori. Adesso sarà probabilmente ricompensato con la guida del Club Italia in Federcalcio; gli era stato promesso anche da Sibilia prima di non rendersi conto di non avere i voti necessari.

VERGOGNA MONDIALE – Nelle umilianti condizioni del calcio italiano in questo momento, considerando la storia, i valori e le potenzialità del movimento, non c’è forse al mondo nessuna federazione. Ad oggi, in attesa del commissariamento, la situazione è la seguente: a) la Lega calcio, il governo dei club, continua ad essere commissariato dal signor Tavecchio e sono andati a vuoto tutti i tentativi di eleggere un presidente, anche se il rischio “Tavecchio Due il Ritorno” rimane altissimo, come scriviamo da tempo. La Lega calcio non ha un presidente, ma nemmeno un amministratore delegato e un direttore generale operativi, perché anche qui, litiga da tempo sui nomi: il soltio Lotito e Marotta rappresentano gli schieramenti più accesi; b) nulla di fatto nemmeno sui diritti televisivi da riassegnare per le prossime stagioni perché la fame di soldi ha fin qui prodotto una paralisi; c) la Nazionale italiana non solo è fuori dal Mondiale ma di fatto non ha nemmeno un allenatore per costruire il futuro, salvo il traghettatore Di Biagio, non avendo ancora un presidente federale che lo può scegliere.

Paolo Bargiggia

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1 commento

  1. vaccaro,arpinati,pozzani..ridolfi ..dirigenti federazione calcio anni trenta..impietosamente dimenticati.
    invece nel dopoguerra il fraudolento pasquali,il debole stacchi,il partigiano industriale mandelli,il massone
    franchi…..povera italia

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