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Manila, 21 ott – Per molti anni le Filippine sono state considerate come il grande malato dell’Asia. In un continente dove i tassi di crescita erano sempre in aumento, l’arcipelago filippino ristagnava o cresceva meno di altri paesi emergenti.  Questo era dovuto a molti fattori: instabilità politica dovuta a continui scandali, corruzione dilagante, forte disuguaglianza sociale ed un tessuto economico che stentava a crescere a causa di una eccessiva burocrazia e di una cronica mancanza di infrastrutture. Questo fino all’arrivo della cosiddetta “Dutertenomics”.
Sono stati gli stessi fattori di debolezza del Paese ad avere infatti contribuito all’elezione alla presidenza di Rodrigo Roa Duterte, già sindaco di Davao, una delle città più importanti della nazione e famoso per la sua avversione alle élite ed il pugno duro contro la criminalità. Amatissimo in patria ma molto criticato all’estero, il Presidente Duterte si è presentato con un programma basato essenzialmente sulla lotta alla povertà e alla criminalità ed in economia su un ambizioso progetto di investimenti pubblici. È forse troppo presto per valutare gli effetti a lungo termine di queste politiche ma il dato di fatto incontrovertibile è che da almeno due anni l’economia filippina è tornata a svilupparsi velocemente: nel 2017 il Pil è cresciuto ad un tasso del 6,7%, il più alto del sud est asiatico, e del 6,8 % nel primo trimestre 2018.
Gli economisti occidentali critici dell’attuale governo affermano che questa crescita economica sia dovuta esclusivamente alla svalutazione del peso filippino, ai minimi degli ultimi 15 anni, e che questa porterà ad una inflazione fuori controllo. In realtà la debolezza della moneta, che ha portato ad un vero e proprio boom delle esportazioni, dovrebbe favorire gli investimenti stranieri nel paese (anche se Usa e Sud Corea hanno tagliato i loro investimenti per divergenze politiche ed anche l’Unione Europea non vede con favore questa presidenza) ed ha aumentato il potere di spesa derivante dalle rimesse in valuta pregiata dei milioni di lavoratori filippini emigrati nel mondo.
La situazione economica trovata da Duterte era quella di una stagnazione, con consumi interni molto bassi, una clamorosa diseguaglianza sociale con una potentissima élite oligarchica che deteneva gran parte delle ricchezze del paese, una situazione di povertà molto diffusa ed una carenza generalizzata di infrastrutture.  La sua ricetta, già ribattezzata Dutertenomics, per superare queste problematiche si è incentrata su un grande progetto definito T.R.A.I.N.  (Tax Reform for Acceleration and Inclusion), un massivo aumento della tassazione per le imprese e  per le fasce più benestanti della popolazione al fine di sostenere il massiccio progetto di investimenti pubblici da 150 miliardi di dollari in 6 anni,  e una serie di riforme a favore del welfare e della lotta alla povertà, che nei piani del Presidente dovrà calare dal 21% al 15% a fine mandato nel 2022.
Il piano di investimenti voluto da Duterte sta radicalmente cambiando il paese, ridisegnando fisicamente la nazione con la costruzione di strade e ponti, un importante ampliamento della rete ferroviaria ed un generale ammodernamento di tutte le strutture pubbliche.
Il progetto TRAIN ha tagliato le imposte sui redditi personali, incrementandole però sulle grandi imprese, ed ha inoltre inasprito le tasse sulle materie prime come petrolio, gas naturale e carbone, basandosi sul fatto che la parte più ricca ovvero il 10% dei proprietari immobiliari del paese, rappresenti il 50% dei consumi energetici del paese e che quindi queste tasse andranno a colpire più duramente i ricchi rispetto ai poveri.  Inoltre, sempre in un’ottica di welfare sono state introdotte tasse sulle bevande zuccherate e sul tabacco, mentre è stata estesa l’Iva (al 12%) ad una serie di settori dai quali era esclusa, come ad esempio la vendita di valuta estera.
Svalutazione della moneta e investimenti pubblici portano però ad un aumento del livello inflattivo, che negli ultimi mesi si è attestato intorno al 5,2-5,7% ben oltre l’obiettivo di inflazione fissato dalla Banca Centrale Filippina fissato nell’intervallo 2%-4%. Questo ha portato l’istituto ad innalzare per ben due volte negli ultimi 6 mesi i tassi di interesse, ben sapendo però che una politica monetaria restrittiva causerà un declino della domanda che abbasserà l’inflazione ma rallenterà la crescita economica.
Il governo rimane comunque fiducioso di chiudere l’anno con un tasso di inflazione pari al 4%, centrando così gli obiettivi.  Gli economisti di Duterte hanno infatti imputato parte dell’eccesso di inflazione all’aumento molto rapido del prezzo del petrolio, che unito al deprezzamento del peso, ha causato un aumento indiscriminato dell’inflazione, sostenendo inoltre che alcune imprese abbiano scaricato questi maggiori costi di produzione in maniera più che proporzionale sui beni finali e quindi sui consumatori.
Inoltre, sono previste alcune misure volte a diminuire l’effetto inflattivo soprattutto sulle categorie più deboli, come la liberalizzazione del commercio del riso che potrà essere così importato a prezzi più bassi, la riduzione delle tariffe doganali su beni di prima necessità e l’incremento delle importazioni di combustibile di minore qualità a prezzi molto inferiori al mercato, fermo restando la possibilità di intervenire ulteriormente sui tassi di interesse tramite la Banca centrale.  È in discussione anche un progetto di legge volta ad abbassare l’Iva dal 12 % all’8% eliminando però quasi completamente i settori per cui oggi è esente.
Solo il tempo dirà se le misure volute della Dutertenomics saranno efficaci e sostenibili, di sicuro sono state coraggiose e “popolari” e le previsioni sulla crescita di medio termine, ancora molto positive, sembrano dargli ragione.
Claudio Freschi
 

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