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Milano, 25 lug – Una pena leggerina, in relazione ai reati commessi e alla sua accertata pericolosità, ma tant’è. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per Nadir Benchorfi, giudicato colpevole di “partecipazione all’organizzazione terroristica sovrannazionale denominata Stato Islamico”. L’uomo, un 33enne marocchino, era stato fermato nel dicembre del 2016 in un appartamento di Milano, zona San Siro. Il suo non fu un arresto qualsiasi. Era uno, scoprirono gli inquirenti, che stava progettando un grave attentato terroristico, nello specifico al frequentatissimo centro commerciale di Arese, a nord del capoluogo lombardo.

Materiale inequivocabile

Sul telefono cellulare che gli fu sequestrato gli inquirenti trovarono un grande quantità di materiali allarmanti e rivelatori, come foto di leader islamisti, immagini di esecuzioni, video di combattimenti in Siria e tracce di soldi (6mila euro) inviate a foreign fighters pronti a partire proprio per il Paese arabo, dove imperversavano jihadisti e tagliagole. E nello stesso smartphone, soprattutto, c’erano le foto del centro commerciale di Arese che gli investigatori hanno messo in relazione  “con la frase nella quale aveva parlato di un programma, per la cui attuazione era necessaria un po’ di esperienza in vista della buona ricompensa di Dio, e considerata significativa della volontà di organizzare un attentato ai danni della struttura”.

Una condanna piuttosto leggera

Secondo chi ha indagato sulla condotta e sulle mosse dello straniero “le attività di intercettazione e monitoraggio dei flussi economici ci hanno permesso di avere molte conferme. Il sospettato riceveva le indicazioni per l’invio di soldi a combattenti, per lo più foreign fighters, attraverso money transfer. Versamenti da 50 a 600 euro per volta e in diversi Paesi africani e del Medio Oriente”. In Corte d’Assise  i giudici avevano condiviso le ipotesi accusatorie, pur condannandolo a quattro anni e non otto, come aveva richiesto il pubblico ministero, Enrico Pavone, concedendo le attenuanti generiche. Il tutto, poi, confermato in appello, nel luglio di un anno fa. Ora la Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso presentato dai legali di Benchorfi, basato sulla presunta “assenza di prove circa l’esistenza di un contatto operativo reale tra il giovane” e “l’associazione terroristica”. Per i giudici, le motivazioni della Corte d’Assise d’Appello si sono mantenute nei limiti dei principi elaborati dalla Cassazione “in tema di partecipazione ad associazione terroristica”. Il 33enne nordafricano, inoltre, avrebbe avuto contatti con un “soggetto che ha credibilmente rivendicato la sua appartenenza all’Isis”.

Fabio Pasini

 

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