coppaRoma, 4 mag – Il 24 maggio, all’Estadio da Luz di Lisbona, si disputerà una finale di Champions League molto italiana. Sicuramente la più italiana degli ultimi anni. Sia chiaro, non vogliamo fare l’elogio del calcio italiano. Calcio che, come già detto deve trovare nuove energie per tornare grande.


Vogliamo però elogiare due tecnici che hanno saputo improntare uno stile, un’identità e una filosofia di gioco molto italiana alle proprie squadre, in controtendenza rispetto a chi negli ultimi anni ha dominato il calcio mondiale.

La materia prima, i giocatori, hanno ovviamente un peso decisivo nei successi delle due squadre. Quindi, se l’Atletico Madrid vanta una miscela esplosiva di spagnoli e brasiliani e il Real Madrid un mix prevalentemente spagnolo e portoghese, se in queste squadre non è presente nemmeno un italiano, un motivo ci sarà pure. Questo motivo va ricercato, probabilmente, nella mancanza di lungimiranza.

Perché, dunque, parliamo di una finale molto italiana? Come già detto in un precedente articolo su Simeone, Hernan Jorge Crespo ha descritto il calcio italiano come un calcio opportunista, veloce, basato su rovesciamenti di fronte e sullo sfruttamento d’ogni minima possibilità, fondato su solidità ed estrema organizzazione tattica, incentrato sulla convinzione che sia necessario fare di tutto per ottenere la vittoria.

Partiamo da un’analisi delle ultime partite del Real Madrid. Il successo nel doppio confronto con il Bayern Monaco è nato prevalentemente nella partita d’andata. I Blancos, in quella gara, si sono schierati con due linee, difesa e centrocampo, molto attendiste, ma pronte a un veloce ribaltamento dell’azione. Ed è proprio così che è nato il primo gol: mentre il Bayern Monaco manteneva il dominio del gioco, il Real Madrid è riuscito a colpire con una ripartenza rapida, ma organizzata perfettamente. Il primo gol della partita di ritorno – recupero palla successivo del Madrid, ripartenza e conquista del calcio d’angolo convertito in gol da Sergio Ramos – nasce da una situazione simile.

Ancora più emblematica è stata la finale di Copa del Rey contro il Barcellona. Durante tutta la gara, ogni qualvolta i Blaugrana riuscivano a eludere il pressing dei Blancos col palleggio, il Real si abbassava e schierava due reparti molto compatti dietro la linea del pallone. Il gol del vantaggio nasce così su un recupero palla di Isco, una verticalizzazione immediata per Bale alle spalle di Busquets e la conclusione dell’azione velocissima attraverso uno scambio con Benzema e Di Maria. Il secondo gol, quello decisivo, è merito dello strapotere fisico e atletico di Bale, capace in questo caso di creare da solo una ripartenza efficace.

Andiamo ora ad analizzare l’Atletico Madrid. Come abbiamo già detto, per la squadra di Simeone è stata emblematica la partita di ritorno contro il Barcellona, nella quale è risultata impressionante la qualità della fase difensiva e il pressing asfissiante ai danni degli avversari, la solidità di una squadra intera pronta a collaborare per chiudere tutti gli spazi agli avversari e ripartire, dopo aver riconquistato palla, in azioni offensive rapide. Il piano preparato da Simeone è stato l’elogio della semplicità e di un calcio pragmatico. Un calcio elementare, puntato a sfruttare le debolezze del Barça. All’iniziale aggressività pazzesca, che ha sorpreso il Barcellona e ha prodotto un gol e tre pali in 20 minuti, è seguita una partita più attendista con difesa e centrocampo compatti e rapidi a chiudere tutti gli spazi, e, anche in questo caso, con tutta la squadra pronta a ripartire in contropiede sfruttando gli spazi concessi dall’attacco avversario. Il fatto che l’Atletico sia stato più pericoloso del Barcellona, evidenzia la capacità pianificativa della squadra, capace di organizzare anche una fase offensiva molto efficace.

L’Atletico Madrid, nelle ultime nove partite di Liga, ha subito un solo gol, segnandone quattordici. Numeri da primatista italiana, più che spagnola.

Questo cosa vuol dire? Che il contropiede italiano è più efficace del tiqui taka spagnolo? Assolutamente no. Il Bayern Monaco di Guardiola ha disputato una stagione straordinaria, vincendo il campionato con 8 giornate di anticipo. Ha giocato un ottimo calcio per gran parte della stagione, mancando nel momento più importante, probabilmente. Ma non possiamo considerare una sconfitta un fallimento. Il Bayern Monaco sarà squadra ancora più forte tra un anno, quando il metodo Guardiola sarà riuscito a plasmare ancor più i tedeschi.

Però il fatto che la finale di Champions League abbia un sapore italiano deve far riflettere: non è necessario copiare il modello spagnolo per essere vincenti. Si può vincere giocando un calcio italiano. L’organizzazione e le idee fanno la differenza. A patto che dietro ci sia un lavoro efficace e costante: come non si fa nei nostri settori giovanili, per esempio. Come fanno in Spagna, capaci di portare tre finaliste su quattro in Europa.

Renato Montagnolo

Commenta