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Roma, 22 lug – Jobs Act? Ritorno alla crescita? Macché: nel 2017 prosegue la crisi nera del lavoro, che non sente alcun tipo di ripresa ma anzi continua a mostrare forti segnali di debolezza.

Nei primi cinque mesi dell’anno le assunzioni nel settore privato sono state 2.736.000, rileva l’osservatorio sul precariato dell’Inps, in aumento del 16% rispetto allo stesso periodo (gennaio-maggio) del 2016. Fra queste, però, solo una su quattro è con contratto a tempo indeterminato, in calo del 5,5% rispetto all’anno scorso mentre le assunzioni a termine crescono del 23%. Si arriva addirittura alla tripla cifra (+116%) per quanto riguarda i contratti a chiamata, che passano da 76mila del 2016 a 165mila. Un aumento, spiegano dall’istituto, dovuto “alla necessità delle imprese di individuare strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo”.

La drastica riduzione dei contratti senza indicazione del termine mostra un andamento non sorprendente, si legge sempre nel rapporto, “rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato”. Segno ormai inequivocabile che la riformulazione di buona parte dell’impianto del diritto del lavoro con la riforma passata sotto il nome di Jobs Act non ha in alcun modo inciso sulle difficoltà delle aziende italiane nel creare occupazione. La maggiore criticità della riforma è venuta così alla luce: a che serve dare maggiore spazio per licenziare se il problema è alla fonte e cioè negli elevatissimi costi che le imprese devono sostenere per assumere? Dopo anni di tentativi andati a vuoto, il governo sembra essersene (meglio tardi che mai) finalmente accorto: con la nuova finanziaria, il ministro del Lavoro Poletti sta pensando di ripristinare i tagli al cuneo fiscale, sia pur con una prospettiva sempre di breve termine. E se è lui stesso a riconoscere che la sua riforma è stato un mezzo flop…

Filippo Burla

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