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Milano, 8 mar – La cosiddetta integrazione fa brutti scherzi, si direbbe, a giudicare da certe storie drammaticamente vere. Un padre, maturo egiziano, in Italia da circa trent’anni, già miliziano straniero in Bosnia, ha spinto il figlio 24enne sulla via del radicalismo islamista: lo avrebbe indotto a partire alla volta della Siria (via Turchia) e arruolarsi in un gruppo, denominato Harakat Nour al-Din al-Zenki, legato ad Al Nusra, formazione terroristica salafita che combatte contro il presidente Bashar al-Assad.

Vizi occidentali

Di questo è convinto il pm di Milano Enrico Pavone, che ha chiesto una condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione per Fayek Shebl Ahmed Sayed, 53 anni, residente nel Comasco, arrestato il 26 gennaio dello scorso anno e ora imputato davanti alla Corte d’Assise di Milano con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale. La sentenza è attesa per il 12 marzo. Secondo l’accusa, nel 2014 l’egiziano ha indotto il figlio Saged (a cui spediva mensilmente 200 euro, per le spese) ad unirsi ai mujaheddin in Siria, dove tutt’ora potrebbe trovarsi, dal momento che è irreperibile. Il pm, peraltro, ha chiesto alla Corte di concedere all’imputato le attenuanti generiche, in quanto avrebbe fornito indicazioni utili su una vicenda misteriosa che è era andata ad incrociare la sua. Il ruolo dei due accusati è comunque piuttosto equivoco e su questo il genitore ha provato a giocare le sue carte difensive. Nel corso del processo, durante l’esame che lo riguardava, l’uomo aveva detto di aver collaborato con la Digos, di cui “dal 2015 al mio arresto io e mio figlio Saged eravamo informatori”. Un aspetto, anche questo, che andrà chiarito e valutato dai giudici. Dalle intercettazioni era invece emerso che il 53enne aveva mandato il giovane nelle milizie salafite per redimerlo dai vizi occidentali. Già, perché, a quanto da lui stesso rivelato, questo figlio era uno “stupido”, un consumatore di droghe abituale, mentre l’altro, che pare estraneo alla vicenda, veniva definito “cane” per essere andato a convivere con un’italiana.    

Richiesta di cittadinanza 

Ma c’è una curiosità in più ed è piuttosto significativa: l’imputato aveva raccontato di non aver poi denunciato alla Digos che l’erede era partito per la Siria come foreign fighter, perché “in quel momento era in corso la mia richiesta di cittadinanza e avevo paura che non me la dessero”. Beh, in effetti, organizzare e gestire l’arruolamento di un parente in un gruppo di terroristi islamici e tagliagole dovrebbe essere incompatibile con l’ottenimento dello status di “nuovo italiano”. O no? Da non esperti di “integrazione” rimaniamo col dubbio e ci toccherà chiedere a quelli della “marcia per i diritti”…

Fabio Pasini

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