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Roma, 3 mag – Al termine di una lunga direzione nel corso della quale si sono confrontate tutte le correnti interne al partito, il Pd ha deciso la sua linea: i dem non appoggeranno alcuna maggioranza che abbia al suo interno il Movimento 5 Stelle o il centrodestra, restando quindi gruppo di minoranza per tutta la legislatura. Ammesso che duri.
La decisione arriva al termine di un lungo pomeriggio nel corso del quale, al Nazareno, il segretario reggente Maurizio Martina ha dovuto affrontare le varie sensibilità in seno al Pd. Dai possibilisti agli oltranzisti nei confronti di qualsiasi ipotesi (o quasi) di tornare al governo, come ad esempio Renzi e il suo gruppo, non è mancato lo scontro – talmente duro da aver fatto trasparire perfino l’ipotesi scissione, come già accaduto in passato con l’addio della componente poi confluita in Libera e Uguali – che si protrae da quando, con la batosta elettorale dello scorso marzo, nel partito è iniziata la discussione sul futuro – incerto tanto quanto, ad un certo punto, l’esistenza del Pd stesso – di quello che doveva essere uno dei due poli di un sistema maggioritario.
Naufragate le velleità di essere uno dei perni di un sistema bipolare, dopo il voto il Pd ha dovuto fare i conti con una crisi interna che ha covato sotto la cenere fino ad oggi. La scelta di Martina è stata chiara: se il Pd non vuole scomparire non può far parte di alcun esecutivo. Né in appoggio al M5S – “Oggi non si discute di questo perché i fatti hanno archiviato questa possibilità, capitolo chiuso”, ha spiegato – né, tantomeno, al centrodestra: “Per noi il tema non è mai stato votare Salvini o Di Maio Premier. Ma per noi il tema non potrà mai essere nemmeno sostenere un qualsivoglia percorso con Salvini, Berlusconi e Meloni come soci di riferimento. Tanto più impossibile chiaramente per noi un governo a trazione leghista”. Parole definitive, suggellate dalla “conta” interna che gli ha fornito l’appoggio necessario – la sua relazione è stata approvata all’unanimità – almeno fino al prossimo congresso.
Nel frattempo, il partito resterà forza di opposizione. Un’opposizione destinata però a durare lo spazio di una legislatura mai iniziata e che, a questo punto, rischia di avere ben poca vita residua. L’ipotesi Pd-M5S era indubbiamente la preferita dal presidente Mattarella, il quale si ritrova adesso a dover nuovamente rimescolare le carte sul tavolo per rintracciare fra gli scranni del parlamento una maggioranza sempre più lontana dal concretizzarsi. E che rischia, in attesa del nuovo, ultimo giro di consultazioni previsto per lunedì, davvero di aprire scenari – dal governo tecnico o “del presidente” al voto anticipato – fino ad ora solo vagheggiati.
Nicola Mattei

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