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Roma, 1 mar – Domenica il Partito Democratico eleggerà il proprio segretario nazionale con le primarie. A un anno dalla sconfitta alle politiche del 4 marzo 2018 e a poco più di quattro mesi dalle dimissioni dell’ex segretario Maurizio Martina, i dem si affideranno ancora una volta ai gazebo, con l’auspicio – condiviso da tutti e tre i candidati in corsa alla segreteria – di arrivare a un milione di partecipanti.

I tre candidati: Martina, Giachetti e Zingaretti

Sono settemila i gazebo e i seggi allestiti nei circoli democratici, in cui gli elettori potranno recarsi per scegliere il candidato, e le liste a lui collegate, tra Maurizio Martina, Nicola Zingaretti e Roberto Giachetti.

I tre si sono confrontati giovedì per l’ultimo faccia a faccia su Skytg24. Toni pacati, temi concreti e niente scossoni per un confronto in cui era evidente che il governatore del Lazio si sentisse già segretario (e in effetti è il favorito).

A inizio febbraio si era conclusa la prima fase delle primarie nei circoli che hanno coinvolto solo gli iscritti al Pd: Zingaretti era risultato il candidato più votato con 88.918 voti, pari al 47,38%; secondo Martina con 67.749 voti pari al 36,10% dei voti; Giachetti 20.887 voti pari all’11,13% degli iscritti.
Non avendo nessuno dei tre ottenuto il 50 per cento più uno dei voti, si è passati alla consultazione dei gazebo.

Come si vota domenica

Le urne domenica 3 marzo saranno aperte dalle 8 alle 20 e per votare non sarà necessario essere iscritto al partito. Potranno partecipare tutti i cittadini (età minima per votare è 16 anni) che “dichiarano di riconoscersi nella proposta politica del Pd – si legge nello statuto del partito – di sostenerlo alle elezioni e accettino di essere registrati nell’Albo pubblico degli elettori”.

Le quinte primarie

Queste saranno le quinte primarie per scegliere il segretario (2008-2009- 2013-2017-2019) a cui se ne aggiungono altre due per la scelta del candidato premier (2005-2012).

Tutti puntano a raggiungere un milione di partecipanti: se dovessero essere di meno (sempre la metà rispetto all’ultima volta), il nuovo segretario dovrebbe tenerne conto, in vista di come risollevare le sorti del partito drasticamente ridimensionato.

I consensi sono in ripresa, ma non basta. In Abruzzo e in Sardegna le coalizioni di centrosinistra hanno superato il 30 per cento e sono andate meglio che nel 2018. Ma, sia chiaro, il Pd era soltanto uno dei partiti in lizza nelle coalizioni.

Gli appelli dei candidati

L’ex segretario Martina è ottimista: “Non metto asticelle ma sono convinto che i nostri elettori ci stupiranno e tanti andranno tanti a votare“.

Zingaretti si appella alla democrazia: “Se domenica saremo in tanti daremo un segnale di riscossa democratica, dimostreremo che intorno al Pd è possibile organizzare un’opposizione degna di questo nome”.

Giachetti lancia un appello: “Dobbiamo ridare forza al progetto originario del Pd e andare sempre avanti“.

L’assenza ingombrante di Renzi, “convitato di pietra”

Sì, è vero, l’ex segretario Matteo Renzi non ha fatto endorsement per nessuno dei tre candidati. Almeno ufficialmente. Ma è evidente che Giachetti è un renziano e ha dalla sua molti dei fedelissimi dell’ex premier, Martina è metà e metà (e ha comunque tra le sue fila dei renziani), Zingaretti è invece totalmente e chiaramente antirenziano.

Che Martina è né carne né pesce lo si è visto durante il confronto, in cui solo Giachetti si è contrapposto al governatore del Lazio. “Avete presente – ha detto puntando indirettamente il dito contro gli “inciuci” con i 5 Stelle alla Regione Lazio – l’Unione ai tempi di Prodi quando si entrava a Palazzo Chigi per un Consiglio dei ministri e all’uscita ognuna delle 18 sigle della coalizione diceva una cosa diversa? Ecco, io quel modello non lo voglio più. Io credo in quello che creò Veltroni e voglio andare avanti con un partito a vocazione maggioritaria“.

Giachetti il renziano “duro e puro”

“Io non escludo di lasciare il partito se il nuovo segretario proporrà alleanze con i 5 Stelle o il rientro nel Pd di chi contro il Pd ha sparato alzo zero per anni fino alla scissione”, avverte Giachetti.

“Allora la notizia è che Giachetti non se ne andrà – ribatte Zingaretti – perché non ci sarà alcuna alleanza con i 5 Stelle, con la destra o con la Lega, io cerco di lavorare sulle persone, di trovare una nuova empatia con chi ci ha lasciato e non ci ha più votato. Dico no allo scambio delle figurine”.

I numeri dei candidati

Il favorito – l’abbiamo detto – è Zingaretti, è stato il primo a candidarsi, a luglio scorso, l’unico peraltro a mettere la parola “segretario” accanto al nome sul manifesto.
Dalla parte del governatore del Lazio si sono schierati i padri fondatori del Pd e i big, da Romano Prodi e Massimo Cacciari, passando per Paolo Gentiloni, Enrico Letta e Giuliano Pisapia.
I sondaggi dicono che vincerà “con una forbice che va dal 52 al 60%”. Un distacco netto, quindi, che dovrebbe lasciare il 30% a Martina e il 14% a Giachetti, candidato dell’ultima ora, senza big al suo fianco e che però ora è in corsa.

Ma attenzione, se contro ogni pronostico, Zingaretti dovesse fermarsi al 50% o addirittura poco sotto, sarà l’assemblea nazionale a decidere il segretario.
A quel punto il “fattore Renzi” farebbe la differenza: un’alleanza degli altri due candidati potrebbe cambiare tutto.

L’ex premier, dal canto suo, si tiene fuori dalle primarie, continua ad andare in giro per l’Italia a presentare il suo libro, di certo amareggiato per i genitori agli arresti domiciliari per bancarotta, e si limita a chiosare auspicando che “il nuovo segretario non riceva lo stesso trattamento che ho ricevuto io pur avendo raggiunto il 70%“.

Atteggiamento da vittima, che vittima non è. Infatti tutti dicono, a partire dai big, che Renzi è comunque una risorsa per il partito, persino il nemico Zingaretti.

Sì, perché se il senatore toscano ex un po’ tutto dovesse davvero lasciare il partito e farsene uno tutto suo, per il Pd sarebbe la fine.

Lo scollamento piddino dalla realtà

Il dato dell’affluenza alle primarie sarà in ogni caso la cartina da tornasole. Perché il Pd negli ultimi tempi ha dimostrato a più riprese che – al di là delle alleanze elettorali e dei risultati delle urne – è sul piano della visione politica, della lettura politica dei dati reali, che non è più in grado di intercettare le istanze dei cittadini.

Infatti, la vittoria di Zingaretti sarebbe il trionfo delle logiche di potere, della nomenklatura ex comunista, del clientelismo. Altro che consenso popolare.

Adolfo Spezzaferro

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3 Commenti

  1. Lasciamo sti cialtroni alle loro buffonate..!……. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Diceva il Sommo…..

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