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La poco convincente lotta dell’Unione Europea ai paradisi fiscali

by Claudio Freschi
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Roma, 16 mar – A livello mondiale il numero dei miliardari è raddoppiato in seguito alla crisi finanziaria del 2009, ed il loro patrimonio si stima cresca di circa 2,5 miliardi di dollari al giorno. Spesso questi miliardari, insieme alle grandi multinazionali, riescono ad evitare di pagare quanto dovrebbero in tasse usando i paradisi fiscali, ovvero nazioni che offrono una imposizione fiscale nulla o molto ridotta in un ambiente economicamente e politicamente stabile.

La pratica della grande evasione fiscale è quanto mai disdicevole, alcune nazioni vengono sistematicamente private della quota di gettito fiscale che dovrebbe essere usato per la crescita, l’educazione ed altri servizi pubblici, riducendo le differenze tra ricchi e poveri.  Invece grazie alla politica fiscale allegra di alcuni paesi, il danno erariale per nazioni come l’Italia arriva a qualche decina di miliardi di euro all’anno.

La “black list” dei paradisi fiscali

Il numero dei paradisi fiscali è aumentato considerevolmente in seguito alla globalizzazione e alla facilità di movimento dei capitali, per cercare di arginare questo fenomeno l’Unione Europea ha annunciato alla fine del 2017 un programma finalizzato a stilare una lista nera di nazioni che non soddisfano determinati criteri fiscali ed una lista grigia, in cui i paesi pur non soddisfacendo alcuni o tutti dei suddetti criteri, si sono impegnati a regolarizzarsi in un ragionevole periodo di tempo.

Il 13 marzo 2019 è uscito l’aggiornamento di queste liste stilate dall’Unione Europea e ad oggi sono 15 i paesi inseriti nella lista nera, e più precisamente Aruba, Belize, Barbados, Dominica, Emirati Arabi Uniti, Guam, Isole Bermuda, Isole Fiji, Isole Marshall, Isole Vanuatu, Isole Vergini americane, Samoa americane, Samoa, Sultanato di Oman e Trinidad & Tobago. Mentre altri 63 paesi sono stati inseriti nella lista grigia.

Fino a qui nulla da eccepire, è più che legittimo che l’Unione Europea crei degli strumenti volti a contrastare il fenomeno della grande evasione fiscale, ma i criteri e la scelta dei paesi appaiono quanto meno dubbi.

I tre principali criteri sono:

  • Trasparenza: le nazioni devono scambiare automaticamente o su richiesta informazioni in tema fiscale;
  • Equità: i paesi osservati non devono avere regimi fiscali atti a favorire la creazione di strutture offshore ovvero società registrate in base alle leggi di uno stato estero, ma che conducono la loro attività al di fuori dello stato o della giurisdizione in cui sono registrate.
  • Implementazione di misure contro lo spostamento degli utili ovvero contro le strategie di elusione fiscale che sfruttano le lacune e le discrepanze nelle norme fiscali per spostare artificialmente i profitti in località a tassazione bassa o nulla

Criteri utili o dannosi?

E’ indubbio che la creazione di questo sistema di liste abbia messo pressione addosso a molti paesi, che hanno iniziato a riformare il proprio regime fiscale e a porre fine a pratiche quali la creazione di zone economiche speciali in cui le aziende straniere avevano grandi privilegi in termini di tassazione, ma la sensazione è che i criteri usati siano troppo morbidi.

Ad esempio per rientrare nei parametri richiesti dall’Unione Europea, alcuni stati come Panama, Hong Kong e Mauritius, hanno semplicemente allargato anche alle società domestiche ed ai profitti generati localmente lo stesso trattamento estremamente favorevole applicato alle aziende straniere, eliminando il fattore discriminatorio che le rendeva non eque, ma peggiorando di fatto la situazione.

Inoltre spesso vengono prese in considerazione solo quelle situazioni dove si ha un regime di tassazione nullo o bassissimo, e non quelle ben più numerose dove è possibile aggirare totalmente il fisco costruendo delle società ad hoc.

Ma anche mettendo da parte i tecnicismi, sembra che vi siano alcune nazioni troppo potenti politicamente o economicamente per essere messe in lista come gli Stati Uniti o la Svizzera che continuano ad ignorare il criterio di scambio di informazioni in materia fiscale.

Combattere realmente l’evasione

Ovviamente la semplice creazione di liste non può comunque essere considerata una efficace lotta ai paradisi fiscali se non viene accompagnata da una serie di azioni come ad esempio:

  • Implementare i criteri che portano le varie nazioni ad essere messe nella lista nera e considerate quindi paradisi fiscali, non ha senso rifarsi a nozioni superate o troppo morbide come avviene attualmente;
  • Monitorare più attentamente i paesi in lista grigia per accertare se effettivamente gli stati hanno messo in atto le riforme fiscali necessarie, senza sottostare ad alcuna pressione od influenza politica;
  • Imporre pesanti sanzioni ai paesi in lista nera, come la possibilità di trattenere alla fonte le tasse, l’imposizione di nuove regole restrittive in materia di società costituite all’estero, e l’eliminazione della deducibilità di alcuni costi

Resta da chiedersi se esiste davvero la volontà politica di perseguire esotici paradisi fiscali quando alcuni dei paesi della stessa Unione sono i primi a non rispettarne i criteri, danneggiando la credibilità dell’intero processo. Irlanda, Lussemburgo, Cipro e Olanda sono paesi in cui la tassazione societaria è estremamente agevolata.  Come è possibile parlare di equità fiscale a livello globale quando colossi multinazionali possono evadere fino al 50% della pressione fiscale semplicemente facendo base a Malta considerata a tutti gli effetti un paradiso fiscale?

E ancora se il territorio britannico delle Isole Bermuda è giustamente inserito nella lista nera, in quanto non prevede alcuna tassazione sui redditi di impresa, per quale motivo non lo è l’isola di Jersey, a pochi chilometri dalle coste francesi, che negozia direttamente con le aziende l’aliquota da applicare e dove sono basate società fiduciarie con un patrimonio di oltre 1500 miliardi di euro?

La risposta è piuttosto semplice seppure sconcertante, i paradisi fiscali hanno forti alleati in alcuni paesi dell’Unione Europea, che sono organizzati in maniera perfetta per trasferire gli incassi delle aziende europee in paesi esotici particolarmente compiacenti che forniscono un rifugio sicuro dal fisco.

Ancora una volta l’Unione Europea si dimostra molto abile nel puntare il dito contro l’esterno ma incapace di risolvere un enorme problema come l’evasione fiscale che di fatto impedisce la crescita delle singole nazioni ed aumenta la disuguaglianza sociale.

Claudio Freschi

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