Roma, 3 gen – Come prevedibile, la notizia che il reddito di cittadinanza verrà erogato anche a duecentomila nuclei famigliari di immigrati residenti in Italia è stata maldigerita dagli esponenti leghisti e dal relativo elettorato. Come si legge nell’ultimo testo in circolazione, il provvedimento va esteso anche agli stranieri, comunitari ed extracomunitari, con permesso di soggiorno e una residenza in Italia da almeno cinque anni.

Un passaggio della bozza che ha disorientato tutti, dal momento che il vicepremier Luigi Di Maio aveva lasciato intendere che i «non italiani» non erano contemplati. «Il reddito di cittadinanza mi sta sulle scatole». ha esordito il segretario della lega in Veneto Toni Da Re «Serve fare barriera – dice – perché non esiste una cosa del genere. Credo sia necessario intervenire prima che la bozza diventi legge. Se il servizio sarà migliorato, saremo i primi a votare il reddito di cittadinanza, ma i correttivi, al momento, mi sembrano indispensabili. Altrimenti sarà rivolta…il retropensiero arriva alla base leghista, perché così com’è adesso le misure contro la povertà vanno contro le politiche dell’immigrazione volute da Salvini. Noi siamo per il “prima gli italiani” e su questo punto non si transige».

Ma secondo molti alleati di governo la bozza dovrebbe andare avanti così com’è. «Quelli di Da Re sono discorsi da medioevo – dichiara il grillino Jacopo Berti -, ovvero di un mondo che non esiste più.» E continua: «Non ci deve essere pregiudizio nei confronti dello straniero. Per me chi non ha diritto a questo contributo sono coloro che desiderano solo mungere lo Stato, italiani o stranieri che siano».

Che il reddito di cittadinanza in sé non piacesse a Da Re era già noto e nella seconda metà dello scorso dicembre il segretario la indicava come una delle cause della perdita di consenso della Lega nel nord Italia. Per il segretario la gente «fatica più a comprendere il reddito di cittadinanza che altro. Qui da noi lo Stato è visto come oppressore, al Sud è inteso come elargitore. E in Veneto si fatica a capire che uno che non lavora venga anche pagato». A maggior ragione se il beneficiari di queste “elargizioni” sono stranieri.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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