Roma, 13 gen – Matteo Salvini torna a processo per il caso Open Arms, come riporta Adnkronos. Quel processo assurdo che abbiamo commentato più volte. Quella azione di repressione dell’azione di un ministro declinata con la solita, triste strategia.

Salvini ancora a processo per Open Arms: ennesimo atto

Che le Ong non siano esattamente guidate da santi illuminati dal cielo lo sappiamo da tempo immemore. Siamo altresì ben consci di come esse stesse recepiscano il dramma culturale, economico e sociale dell’immigrazione clandestina, anche grazie agli ultimi sconvolgenti report che alcune di loro pubblicano, ammettendo ormai esplicitamente di voler difendere gli scafisti e i trafficanti di esseri umani.

Abbiamo anche avuto modo di osservare in questi anni come la giustizia si orienti sempre allo stesso modo, criminalizzando Salvini per aver bloccato una nave che trasportava, appunto, proprio clandestini, ossia Opern Arms. L’allora ministro dell’Interno è, infatti, ancora accusato di “sequestro di persone”. “Colpevole” di aver vietato, nell’agosto 2019, lo sbarco di 147 clandestini a bordo della nave. L’udienza di oggi vedrà anche le testimonianze di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, all’epoca rispettivamente presidente del Consiglio e ministro del Lavoro, nel contesto dello stesso esecutivo gialloverde di cui faceva parte il leader della Lega.

Vietato opporsi ai diktat immigrazionisti

Lo Stato non ha la forza, né gli viene concessa, di controllare i propri confini. Questo a causa di dinamiche ancora più assurde e degenerate sviluppatesi all’interno dello stesso. Avviate e perseguite da “pezzi di Stato” – come, appunto, è la magistratura – che se la prendono con l’esecuzione di un mandato ministeriale. Questa è la sintesi della triste storia che coinvolge Salvini, Open Arms e una parte dei giudici italiani. Una storia che trasmette anzitutto due concetti: l’impotenza della politica e la sua palese sottomissione all’economia. Che sia delle classiche multinazionali (decisamente più percepite dall’opinione pubblica) o di sedicenti organizzazioni umanitarie (ma in ogni caso private) è del tutto irrilevante. Ciò che conta è l’incapacità di governare il proprio territorio. Spesso dovuta a mancanza di coraggio, tante altre volte a vincoli oggettivi che mettono alle strette chiunque debba svolgere un ruolo di controllo dei confini. E chissà che la debolezza dell’attuale ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non si spieghi anche così: guardando indietro, magari con preoccupazione, a ciò che accade al suo predecessore.

Stelio Fergola

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