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Roma, 28 giu – Il “decreto dignità” slitta: non avrebbe le coperture, in particolare per il pacchetto fiscale. Ma, ha assicurato il vicepremier Luigi Di Maio, “padre” della misura è una questione di pochi giorni, e si dovrebbe chiudere “la settimana prossima, al massimo lunedì o martedì”. Il nodo delle risorse riguarda anche il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5S in campagna elettorale. Lo stop, secondo le indiscrezioni, sarebbe arrivato dal ministro all’Economia Giovanni Tria, decisione a quanto pare condivisa anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Comunque, almeno secondo quanto riporta Repubblica, il governo avrebbe già avviato la trattativa con Bruxelles per chiedere una flessibilità fino allo 0,5% del Pil e penserebbe a una legge di Stabilità che si fermi a 18 miliardi.
Tuttavia, non ci sarebbero soltanto problemi burocratici e di copertura, ma anche di sostanza, con misure come quelle sulla stretta dei contratti a tempo determinato – con il ritorno delle causali dopo i primi dodici mesi, il limite a quattro proroghe, l’aumento dei costi contributivi a carico delle imprese dell’1% per ogni nuovo contratto – che non piacciono a Confindustria, Confesercenti e Confcommercio né alla Lega, storicamente vicina al mondo delle piccole e medie imprese. Il nodo potrebbe essere politico, quindi. Per Di Maio è un duro colpo: questa del “decreto dignità” doveva essere la prima misura importante varata da ministro del Lavoro, ma a quanto pare l’asse Mef-Lega ha bloccato tutto.
Certo, quello delle risorse resta l’ostacolo principale, anche perché non è automatico che si possa attingere anche dal Fondo sociale europeo. Questo serbatoio – si parla di 3,4 miliardi cofinanziati e ancora inutilizzati – potrebbe essere sfruttato non tanto per la misura vera e propria, non assistenziale e che non lascerà chi percepisce il sussidio “sul divano” come ha insistito a precisare Di Maio, ma per riformare e rafforzare i centri per l’impiego. Le risorse necessarie per questo primo step sono state individuate dallo stesso Movimento in due miliardi, mentre altri 15 ne servirebbero, a regime, per il reddito di cittadinanza. Difficile trovare “un punto di Pil”, dice l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, ricordando che così come concepito sarebbe comunque il sussidio “più generoso d’Europa”.
Sul fronte coperture i conti non tornano. A cominciare dall’abolizione dell’obbligo dello split payment, un meccanismo tributario finalizzato al contrasto dell’evasione del pagamento del’Iva quando si ha a che fare con la pubblica amministrazione.
Per il momento, quindi, il governo si è limitato ad approvare l’annunciata proroga per la fatturazione elettronica per i benzinai, ma con un provvedimento a sé, che dovrebbe bastare per evitare le proteste dei benzinai che altrimenti da domenica avrebbero avuto l’obbligo di rifornire le partite Iva rilasciando la fattura elettronica. La categoria era stata scelta per sperimentare la misura che in ogni caso diventerà obbligatoria anche tra privati a partire dal 2019.
Adolfo Spezzaferro



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1 commento

  1. il sociale costa soldi ed anche tanti,ed i soldi non si fanno con la macchinetta ma tramite prelievo fiscale.
    a questo punto,l’unica cosa che si può davvero dire, è che il nostro Paese negli ultimi 30-40 anni ha bruciato soldi pubblici anzichè destinarli ai nostri connazionali veramente in difficoltà;
    dai baby pensionati (donne che andavano in pensione per Legge a 35 anni e uomini a 40) ai finti profughi (una mega perculata bruciasoldi da 5 miliardi a salire e per sempre) l’elenco è davvero lungo e – a mio modestissimo avviso – non permette più niente per nessuno,Italiani bisognosi sul serio,inclusi.

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