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Roma, 8 ott – Governo che vai, narrazione che trovi. Un leitmotiv iniziato da Renzi con la sua ingordigia nel chiamare tutto tranne che con il nome proprio, meccanismo che gli permise di raccontare un’Italia inesistente se non nell’autoconvinzione che bastassero 80 euro di bonus Irpef per risolvere tutto con un colpo di bacchetta magica. I risultati furono strabilianti, in un senso e nell’altro: prima il sensazionale 40% alle europee del 2014, meno di un lustro dopo il tracollo alle politiche.
Gira che ti rigira, la coperta resta quella. Possiamo chiamarla plaid, lenzuolo, piumone: la verità è che rimane sempre corta. E se non basta il deficit a colmare le lacune di una finanza pubblica sempre in difficoltà dopo gli anni di Monti, ecco arrivare l’immancabile condono. Renzi l’aveva chiamato “Rottamazione delle cartelle”, oggi diventa “Pace fiscale”.
Salvini ne è sicuro: nulla a che fare con i precedenti esecutivi. “La Pace fiscale non sarà una rottamazione – spiega – ma un intervento a gamba tesa”, sia sulla parte di interessi e sanzioni che, soprattutto, sulla quota capitale. Dalla metafora automobilistica a quella calcistica, quel che è certo è che la sostanza non cambia. Sempre di condono si tratta, facendo scattare l’ira del Pd il quale dimentica che gli ultimi a seguire questa strada furono proprio loro.
Intendiamoci. Il sistema tributario italiano ha più di un problema, partendo dall’eccessiva pressione fiscale, arrivando a meccanismi di riscossione non sempre orientati al contribuente e passando per una stratificazione che negli anni è diventata ipertrofica, pleonastica e quindi incapace di leggere la realtà per chiedere “a ciascuno il suo”. Questo non significa che la strada del condono sia sbagliata in assoluto – anche se rappresenta in ogni caso un evidente torto a chi si è impegnato a pagare tutto fino all’ultimo centesimo – e può trovare cittadinanza nella giungla del nostro sistema. A patto, però – se c’è “pace” (o Pace fiscale fiscale che sia), significa che dal giorno dopo si apre un nuovo capitolo – di affrontare il problema globalmente, ad esempio attraverso una vera riforma che attende da troppi anni di essere realizzata. In tal senso si muove la proposta della flat tax, che al netto di non poche problematiche di metodo (e soprattutto di merito) intende comunque portare verso una semplificazione di fondo. Peccato che le prime bozze mischino già troppo le carte, parlando di flat tax a più aliquote (e quindi non è più una flat tax) e con troppa incertezza su come e quando verrà realizzata. Il rischio concreto è che non veda mai compiutamente la luce, lasciandoci con il solo, ennesimo, inutile condono. Pardon, Pace fiscale.
Filippo Burla

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