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centrale nucleare di FukushimaTokyo, 11 mar – Quattro anni fa una terribile concatenazione di eventi, ciascuno già altamente improbabile e tutti insieme a formare una combinazione diabolica, determinava la fusione dei nuclei 1, 2 e 3 della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi e il conseguente rilascio di iodio, cesio e cobalto radioattivi.

Sebbene le vittime umane dirette furono soltanto tre, e non per radiazioni, e il bilancio delle vittime successive – per insorgenza di patologie legate alle radiazioni – sia tuttora oggetto di verifiche, non esistendo paragone possibile con le quasi 16 mila vittime accertate e i quasi 5 mila dispersi dovuti al terremoto e soprattutto al conseguente devastante tsunami che fu anche all’origine dell’incidente nucleare, la risposta emotiva fu immensa.

Nessun paragone possibile nemmeno con l’incidente di Chernobyl, correva l’anno 1986, quando le vittime delle radiazioni furono molte migliaia (sebbene la censura sovietica non permise mai di accedere a dati precisi), e nonostante questo tecnicamente i due eventi sono collocati allo stesso livello massimo, il settimo, nella scala degli incidenti nucleari civili.

Paradossalmente, però, non fu il Giappone a reagire con le misure più drastiche, come sarebbe stato in fondo comprensibile, piuttosto la Germania, che decise di uscire definitivamente dal nucleare, elaborando un piano di dismissioni che si sta effettivamente svolgendo secondo i programmi e che porterà alla chiusura dell’ultimo reattore nel 2022, e l’Italia, che all’epoca dell’incidente aveva già affidato l’opzione elettronucleare a un referendum popolare – scelta di per se’ discutibilissima per una materia di tale complessità e di natura tanto strategica – il cui esito fu ovviamente scontato.

Cosa rimane a quattro anni da Fukushima? Sul campo, una situazione ancora relativamente critica – serviranno altri trent’anni per mettere completamente in sicurezza i reattori danneggiati dal maremoto – ma molto meno di quanto il terrorismo anti-nucleare voglia far credere: i livelli di radiazione sono infatti generalmente nella norma fino a un solo km dalla centrale, mentre i prodotti agricoli della stessa area sono certificati “radiation-free” da organismi indipendenti non governativi.

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Evoluzione tecnologica delle centrali elettronucleari

Sul piano tecnologico, quello che l’isteria collettiva non ha permesso di cogliere appieno è il fatto che la stessa centrale di Fukushima appartenesse alla classe delle tecnologie di seconda generazione che, sebbene costituisca ancora il grosso delle centrali in esercizio, è gradualmente soppiantata dai reattori di terza generazione, dotati di una sicurezza intrinseca molto maggiore, che tutte le analisi indicano come capaci di resistere senza conseguenze a eventi di ricorrenza incredibilmente bassa come quello del 11 marzo 2011, e che in futuro – comunque non prima del 2040 – saranno a loro volta soppiantate dai reattori a fissione intrinsecamente sicuri di quarta generazione, la cui fattibilità è già stata dimostrata.

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Programma di espansione della generazione elettronucleare della IEA

Nonostante che la stessa Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) nel suo ultimo recente rapporto sulla roadmap tecnologica nucleare ammetta che i reattori a fusione nucleare non potranno essere costruiti prima del 2050 (non facendo uso di elementi pesanti come Uranio e Plutonio ma di isotopi dell’acqua come il Deuterio e il Trizio, non lascerebbero significative scorie radioattive e non avrebbe nemmeno in linea di principio problemi di approvvigionamento), nel medesimo rapporto si prefigura uno sviluppo ulteriore della generazione elettronucleare dalla potenza attuale di quasi 400 GW a oltre 900 GW nel 2050, rappresentando allora circa il 17% del carico elettrico di base.

Ancora sul lato tecnologico, i nuovi reattori – già a partire dalla terza generazione – sono in grado di impiegare il materiale fissile molto più efficientemente rispetto alla stessa tecnologia di Fukushima, mentre le tecniche di riprocessamento del combustibile esausto hanno fatto passi da gigante, in particolare in Francia, tanto che l’IEA non intravede problemi di approvvigionamento anche nello scenario proposto al 2050.

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Centrali elettronucleari esistenti, programmate e in costruzione

La IEA stessa evidenzia tuttavia che la traiettoria – costruzione e connessione alla rete di nuovi reattori – è fortemente arretrata da alcuni anni a questa parte, certamente in conseguenza dell’incidente di Fukushima, ma anche della crisi finanziaria ed economica che ha investito tutto il mondo dal 2008: l’industria nucleare è infatti particolarmente intensiva rispetto all’impiego di capitali, in quanto la taglia minima per una centrale è pari a 1 GW (per intendersi, tale da produrre tanta elettricità quanta ne viene consumata in un anno da oltre due milioni di famiglie italiane), e il rientro nell’investimento inizia soltanto dopo parecchi anni dal primo impiego finanziario. Testimone di questo fatto è che in Cina, che pure sta perseguendo un ambizioso progetto elettronucleare (17 centrali esistenti, 32 in costruzione, queste ultime rappresentando il 40% del nuovo nucleare a livello mondiale), la produzione elettrica dalla fonte eolica nel 2014 ha superato quella nucleare.

Inoltre, i costi di dismissione rappresentano un punto particolarmente incerto nel bilancio complessivo di una centrale nucleare: in questo senso, paradossalmente l’esperienza che sta acquisendo la Germania con la dismissione del proprio parco elettronucleare è ritenuta estremamente importante ai fini della finanziabilità delle nuove centrali.

Per cercare di comprendere le reali prospettive dell’energia elettronucleare, infine, questa dovrebbe essere posta nella giusta prospettiva.

In considerazione dei lunghi tempi di avviamento, questa rappresenta e potrà rappresentare sempre e comunque un contributo al carico di base, per capire quello che oggi è fornito anche dalle centrali a carbone, a petrolio o a gas a ciclo combinato, nonché generalmente il grande idroelettrico, mentre le centrali turbogas, con tempi di avviamento di pochissimi minuti, sono impiegate per coprire i picchi di domanda, cui in molti paesi del mondo sta contribuendo sempre più anche la fonte solare fotovoltaica. L’eolico, in questo grado, fornisce un contributo intermittente e fortemente variabile, che richiede una efficiente integrazione tra le reti di trasmissione su vasta scala.

Tornando al nucleare, come si vede questa fonte compete quasi esclusivamente con quella più inquinante sia per la salute umana sia per il clima, cioè il carbone, ma non con le nuove fonti rinnovabili quale solare fotovoltaico ed eolico, proprio in quanto i rispettivi contributi alla copertura della domanda elettrica riguardano segmenti completamente diversi dei profili di consumo: rispettivamente, come si è già spiegato, il carico di base (nucleare), i picchi di domanda (fotovoltaico), lo scambio e il bilanciamento tra regioni diverse (eolico).

Al netto dell’isteria collettiva rispetto ai rischi reali della fonte elettronucleare, che proprio un evento estremo come Fukushima, visto con la pacatezza donata dal tempo trascorso, dovrebbe aiutare a dissipare, l’ultima e tutto sommato semplice considerazione dovrebbe invece servire a prevenire almeno il nefasto atteggiamento da tifo sportivo, partigiano alternativamente delle fonti rinnovabili e del nucleare, che troppo spesso nasconde le reali opportunità delle diverse fonti che l’ingegno umano ha reso utilizzabili in quel sistema di straordinaria complessità che è il sistema energetico, che al contrario è strutturato in modo da accogliere armoniosamente tutti i contributi diversi e complementari.

In questo senso, costituirebbe una vera tragedia dissipare – per isteria e superficialità – la straordinaria esperienza accumulata dall’Enel, insieme alle sorprendenti competenze in campo nucleare tuttora presenti in Italia (quasi un centinaio di imprese industriali), menzionate anche con una certa enfasi verso la fine dello stesso ultimo rapporto della IEA.

Francesco Meneguzzo

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