fecondazione in vitroLondra, 8 feb – La Camera dei Comuni ha approvato con larga maggioranza l’utilizzo del Dna mitocondriale nella fecondazione in vitro, permettendo così che nascano figli con tre genitori biologici.

Niente a che vedere con velleità da “famiglia allargata” quindi, o con l’ideologia gender, ma solo per permettere che alcune disfunzioni e malattie gravi vengano escluse da subito sin dal momento del concepimento.

La possibilità di creare una vita umana in questo modo esiste da una ventina di anni, ma fino ad oggi era possibile effettuare questo tipo di concepimento solo negli Stati Uniti, dove peraltro ne veniva vivamente sconsigliata la pratica: 17 bambini sono nati in questo modo ma sono state sollevate preoccupazioni quando una donna ha partorito un bambino a cui mancava un cromosoma X, e due altri hanno sviluppato successivamente altre disfunzioni.

Dopo tre lunghe indagini per accertarsi sulla sicurezza della tecnica di sostituzione del Dna mitocondriale, l’Autorità per la Fecondazione Umana e Embriologia inglese ha concluso che la procedura “non è insicura”, scatenando una serrata campagna propagandistica da parte di scienziati e da parte dei portatori di disfunzioni mitocondriali.

I mitocondri sono spesso descritti come i motori delle cellule, o dispensatori di energia, ed al contrario di tutte le altre parti della cellula si replicano indipendentemente avendo il loro proprio differente genoma, relitto della loro origine evolutiva discendente dai batteri. Questo particolare DNA, chiamato appunto Dna mitocondriale o mtDna, si eredita totalmente per linea materna e muta più rapidamente rispetto ad altre parti del genoma: questo, se da un lato è d’aiuto per gli studi evolutivi, dall’altro lo rende più facilmente suscettibile a mutazioni dannose che possono causare soprattutto malattie del cuore, cervello o dell’apparato respiratorio.

La tecnica, quindi, consiste nel prelevare dei mitocondri da una donna sana e di impiantarli nell’ovocita al posto di quelli di una donna a rischio malattie. Questa procedura andrebbe quindi ad alterare il codice genetico del figlio per circa lo 0,1%. Sembra poco, ma, sempre studi inglesi, hanno dimostrato che in alcuni casi si è avuta un’alterazione delle capacità cognitive e della longevità (diminuendola del 30%) nei discendenti di alcune cavie da laboratorio sottoposte a questo trattamento.

L’opportunità di una pratica di questo tipo pone degli interrogativi: se è vero che può evitare che si sviluppino certe malattie fortemente invalidanti o addirittura mortali, è altrettanto vero che mettere mano al nostro codice genetico, alterandolo, significa alterare parte del nostro diretto patrimonio che ereditiamo naturalmente dalla nostra famiglia biologica, che, è bene ricordarlo anche se non vale propriamente per questo caso, non solo codifica i caratteri del nostro corpo ma anche il nostro comportamento.

Paolo Mauri

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