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FM03022014-Cnr_figura_1Roma, 3 feb – Col Decreto Legge numero 3 del 24 gennaio 2015, anche conosciuto come “Investment compact”, accanto a misure per il (presunto) sostegno alle imprese, il governo nel consiglio dei ministri del 20 gennaio scorso ha infilato una norma al comma 2 dell’articolo 5 secondo cui l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) –fondazione di diritto privato– viene incaricato della commercializzazione dei prodotti tecnologici e dei brevetti di tutte le università e di tutti gli enti di ricerca. Ciò include l’obbligo per gli enti di ricerca, tra cui il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) è il maggiore, e la possibilità per le università, di fornire tutte le informazioni necessarie a svolgere questo scopo.

IITbrevetti
Decreto Legge numero 3 del 24 gennaio 2015 – comma 2 dell’articolo 5

Il trasferimento include la possibilità di disporre dei beni trasferiti e quindi, oltre al venir meno dell’autonomia si aggiunge una concreta possibilità che le competenze e le infrastrutture siano oggetto di “azioni di valorizzazione” decise in altra sede da un’istituzione privata, l’Iit appunto, generosamente finanziata con 100 milioni di euro all’anno con bilancio pluriennale, caso unico tra gli enti di ricerca italiani, le cui performance sono fin da poco dopo la sua istituzione nel 2003 oggetto di molte controversie. Lo stralcio del decreto recante la norma in oggetto è disponibile a destra.

Il colpo di mano –di mano ignota, come sempre più spesso avviene– non offre risposte certe a problemi reali e aumenta il livello di confusione e di incertezza su una materia che avrebbe bisogno di ben altri interventi.

Ci stanno scippando i brevetti” scrive senza mezzi termini sul suo blog Maurizio Sobrero, candidato rettore all’Università di Bologna. Il suo grido di allarme viene rilanciato anche da La Stampa di Torino, che segnala il giallo della privatizzazione dei brevetti, e da Corriere.it che scrive scoppia la bufera, atenei in rivolta.

Come nota la Flc Cgil, ci troviamo di fronte ad una sorta di commissariamento dell’intera ricerca pubblica, università ed enti di ricerca. Alla fondazione di diritto privato Iit viene  delegato, a livello nazionale, il compito dell’innovazione tecnologica, che per università ed enti pubblici di ricerca è parte della missione istituzionale. “Per quale ragione –scrive il sindacato della ricerca– un ente o un ateneo dovrebbero consegnare un prodotto finito o un brevetto ad un soggetto terzo al fine della commercializzazione, quando esistono specifici uffici dedicati a questo tipo di attività all’interno delle amministrazioni? Dove sarebbe il vantaggio?”.

Di fonte alle proteste di enti di ricerca e università, tra cui spicca la lettera a Renzi e Giannini, firmata congiuntamente dal Presidente del Cnr e da quello della Crui (conferenza dei rettori delle università italiane) e che inizia con lo sconcerto dei due presidenti nell’apprendere le misure approvate in consiglio dei ministri e termina con l’invito al presidente del consiglio e alla ministra Giannini a ritirare il provvedimento, l’Iit ha diramato una nota in cui prende le distanze affermando che “l’ipotesi … di rendere IIT l’ente per la gestione della proprietà intellettuale di tutti gli istituti nazionali di ricerca pubblici e delle Università è estranea alla missione di IIT. Pertanto, all’unisono con il mondo della ricerca, esprimiamo la nostra perplessità sulla norma sia nel merito che nel metodo”.

Lo stesso direttore scientifico del Iit, Roberto Cingolani, ha minacciato le dimissioni nel caso in cui il testo del decreto non venga modificato: “L’agenzia prevista dalla norma non esiste in nessun ordinamento al mondo che io sappia e comunque non è la nostra mission. Sono un ricercatore come lo sono tutti coloro che lavorano per l’istituto. Se la norma dovesse passare ce ne andremo a casa, non siamo le persone adatte”, ha dichiarato.

Da parte sua, la ministra per l’istruzione l’università e la ricerca, Stefania Giannini, assente (sic!) al consiglio dei ministri del 20 gennaio, si affretta a dichiarare con una nota ufficiale che la norma sui brevetti inserita nel decreto legge, che assegna la gestione di tutti i brevetti delle Università e degli Enti di ricerca all’Istituto Italiano di Tecnologia “è incompatibile con l’autonomia sia delle Università che degli Enti pubblici di ricerca. Sono rimasta stupita e sorpresa di questo blitz, perché di questo si tratta, e ho immediatamente segnalato alla Presidenza del Consiglio, come è mio dovere fare, con una lettera formale e una relazione tecnica accurata, i punti non coerenti con la normativa vigente. Si è cercato di approfittare di questo veicolo normativo senza coinvolgere né i ministri competenti né la Presidenza del Consiglio”.

Dunque l’IIT dovrebbe commercializzare i prodotti tecnologici e i brevetti di tutte le università e di tutti gli enti di ricerca, ma i suoi dirigenti non ne sanno nulla. Anzi, “all’unisono con il mondo della ricerca”, esprimono la loro perplessità sulla norma. Il tentativo di commissariare il trasferimento tecnologico della ricerca pubblica nazionale, affidandolo in toto all’Iit, sarebbe quindi avvenuto all’insaputa dello stesso Istituto.

Capolavoro assoluto del governo: non ne sapeva niente la ministra delegata, niente le università e gli enti di ricerca, e niente perfino il “beneficiario” Iit, mentre nessuno pare sapere chi abbia scritto la norma incriminata.

Chi sarà stato allora? Si darà la colpa alla solita “manina” di ignoti? Se con questa vicenda volessimo caratterizzare l’azione del governo, il primo aggettivo che ci viene in mente è “caotica”.

Non sappiamo chi possa realmente beneficiare di una simile norma, non certamente il mondo della ricerca che gode –anzi, soffre– di finanziamenti nella misera misura del 1,3% del Pil, quart’ultimi in Europa appena sopra Polonia, Slovacchia e Grecia, nonostante che i ricercatori italiani si collochino tra i primi tre posti nel mondo per produttività della ricerca scientifica in rapporto al volume degli investimenti.

Ricerca nel caos e tutti contro tutti: chi sa se agli Italiani che non arrivano a fine mese interesserà sapere chi la spunterà?

Francesco Meneguzzo

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