Roma, 25 feb – L’odiosa retorica anti-italiana si esprime ogni giorno di più, in particolare quando si parla della possibilità per lo Stato di recuperare la propria sovranità monetaria, legislativa e militare. Si dice sempre che non si può fare nulla con la liretta, che siamo un popolo di mandolinari (come asseriva Togliatti) che deve basarsi sul turismo ed altre nefandezze (come asserisce Daverio) e che siamo incapaci di autogovernarci (come asseriscono tutti).

Ebbene, l’Eni ci ha appena regalato un esempio di come gli italiani, se dotati delle dovute risorse monetarie, possano ancora stupire il mondo: HPC4, il supercomputer più potente del mondo, che ha proiettato l’azienda al vertice planetario in quanto ad efficienza della digitalizzazione dei processi decisionali, è un progetto interamente italiano, realizzato da italiani, con denaro italiano.

Una delle grandi sfide che ci troveremo infatti davanti nel futuro è, oltre a quella energetica, quella relativa ai nuovi strumenti di calcolo che possano consentire un trattamento sempre più efficiente dei dati raccolti in quantità elevatissima e fra di loro non necessariamente coerenti.

Banche d’affari, grandi imprese (pubbliche e private) ed ovviamente governi di mezzo mondo si sono già buttati a capofitto in questo business, comprendendo che la capacità di prevedere con una approssimazione sempre maggiore le caratteristiche di un determinato mercato, o comunque di una situazione estremamente complessa, sarà il vero vantaggio competitivo del futuro.

Nel caso dell’Eni, questo supercompurter servirà soprattutto a digitalizzare le varie strutture di estrazione sparse in tutto il mondo, in modo da poter realizzare delle simulazioni a costo zero per aumentarne la sicurezza ed eventualmente scoprirne eventuali falle prima che esse possano creare problemi di varia natura.

Il discorso è ovviamente più ampio di quanto l’Eni stessa possa pensare, e dimostra che il vecchio paradigma oligarchico della scarsità è arrivato alla frutta. L’unica cosa che conta oramai per produrre è il know how, quindi la capacità di saper fare. In altre parole, si può produrre quello che viene domandato, con l’unico limite dettato dalla piena occupazione dei fattori produttivi.

Si ride spesso di chi proponga di monetizzare un vastissimo programma di investimenti pubblici in disavanzo per far ripartire l’economia, azzerare la disoccupazione ed infrastrutturare il Paese che versa in condizioni disperate da questo punto di vista. Si dice che sarebbe l’iperinflazione, che lo Zimbawe al confronto sarebbe nulla, che i politici ruberebbero, ecc… Potrebbe anche essere, ma l’Eni dimostra che gli italiani qualcosa sanno fare, e che quindi manca loro solo il denaro per essere produttivi. Denaro che come ben sappiamo non è oro e non richiede alcun costo particolare di produzione, quindi la sua scarsità è qualcosa di demenziale oppure di criminale.

La scelta è sempre quella: vogliamo affrontare il futuro con la livrea dei camerieri che piacciono tanto ai radical chic, oppure con la toga degli uomini liberi?

Matteo Rovatti

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  1. Complimenti all’ autore per il bellissimo articolo a favore della genialità italiana e contro gli “sfascisti” e anche per avere evidenziato che produrre il denaro non costa nulla.A produrlo deve essere solo il popolo sovrano e per il bene della nazione!!

  2. se siamo entrati nel progetto fusione, allora…ci credo di più, siamo bravi, anzi bravissimi in ogni campo dello scibile umano.W gli Italiani (di sempre) e l’Italia (tutta).
    Laura

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