Roma, 16 ago – Forse perché ispirati da sempre, in maniera alquanto controversa, alla storia della Roma repubblicana, fin dalle sue origini gli Stati Uniti d’America non hanno mai avuto re. Ma mentre le fazioni dei Repubblicani e dei Democratici vanno fieri di questo primato, il popolo americano e non solo, non la pensa esattamente così. Nel secolo scorso, infatti, una sorta di re gli Usa lo hanno avuto. Non un re aristocratico, certo, che può vantare una dinastia nobiliare come quelle europee od orientali; ma un re simbolo, eletto dal popolo. Non un re che governa i suoi sudditi, ma che allieva loro le sofferenze della inconsistente storia americana. Stiamo ovviamente parlando del re del Rock’n’Roll Elvis Presley!

Mississippi burning

Nato a Tupelo, nello Stato del Mississippi, l’8 gennaio del 1935, Elvis Aaron Presley era sopravvissuto al fratello gemello. Di umili origini proletarie, Elvis visse la sua infanzia in una condizione disagiata di semi-povertà. I suoi genitori incarnavano gli incroci meticci dell’America bianca. Il padre Vernon aveva origini gitane scozzesi, mentre la madre, Gladys Love Smith, era di discendenza ebraica dell’est Europa, convertita al cristianesimo senza tradire le radici familiari. La famiglia Presley frequentava la Chiesa evangelica delle Assemblee di Dio americane e, proprio durante le funzioni religiose, il piccolo re sentì il suo richiamo per la musica. Elvis trascorre la sua infanzia come molti bimbi negli stati poveri del sud, tra scorribande lungo il fiume Mississippi e le incursioni di spionaggio nel vicino quartiere afro-americano, per studiare gli strani costumi dell'”uomo nero”. Tra queste usanze “tribali” riservate agli afroamericani, ovviamente, non poteva mancare il ritmo musicale. Negli Usa e, in particolare, negli Stati del sud, all’epoca la divisione razziale tra bianchi e neri era molto marcata. Così come per l’intera società americana, anche il piccolo Elvis riconosceva questa differenziazione, rimanendo comunque affascinato dalle melodie e dalle ritmiche afroamericane.

L’iniziazione alla musica

Nel 1941, partendo dai primi concorsi alle scuole elementari, conquistando un secondo posto per il solo canto Elvis Presley iniziò ad avere sempre più dimestichezza con la propria voce. Per il suo undicesimo compleanno, nel 1946, il piccolo Elvis chiese ai genitori una bicicletta ma, essi, un pò squattrinati dai lavori saltuari e un pò coscienti del potenziale del figlio, gli regalarono una chitarra. Fu per Elvis un grande dono che lo portò a studiare lo strumento da autodidatta, imparando ad orecchio le note che sentiva alla radio. Negli anni successivi il piccolo Elvis partecipò spinto dai genitori ad altri concorsi musicali piazzandosi sempre tra i primi posti. Nel settembre del 1948 i Presley decisero di trasferirsi a Memphis, in Tennessee, altro stato del profondo sud “confederato”, con la speranza di migliorare le condizioni di vita familiari.

Ribelle nonconforme

Negli anni trascorsi a Memphis, l’adolescente Elvis Presley maturò grandi difficoltà nel rapportarsi con i suoi coetanei. Il suo carattere introverso e le sue visioni controcorrente lo portarono ad isolarsi dalla gran parte degli altri ragazzi. Frequentava le scuole superiori con mediocri risultati e il suo abbigliamento ribelle, legato ad una capigliatura completamente in controtendenza e imbevuta di brillantina, lo rendeva bersaglio di critiche e commenti sarcastici. Peccato che, proprio quel suo stile così eccentrico e fuori dalla norma, diventerà successivamente uno dei simboli stessi degli Stati Uniti degli anni Cinquanta e del Rock’n’Roll più in generale. In quegli anni anche le stazioni radiofoniche statunitensi erano razzialmente divise; c’erano quelle che trasmettevano esclusivamente musica bianca e quelle che mandavano in onda la musica dei neri. Come si comprenderà poi dalle sue opere, Elvis le ascoltava entrambe, assorbendo le diverse influenze per forgiare in seguito ciò che diverrà un genere musicale completamente nuovo. A Memphis andò a vedere i concerti di grandi bluesman come B.B. King e Furry Lewis, ma ascoltò anche con interesse le melodie cantate dalla comunità italiana del Tennessee. Questo suo approccio alla canzone italiana influirà anch’esso sullo stampo vocale del futuro “re” che, com’è noto, si accompagnerà spesso anche con il mandolino e arriverà a ritoccare celebri canzoni come “O sole mio” (It’s now or never).

Gli esordi con la Sun Records

Trovato impiego come camionista, un giorno Elvis Presley transitava per la Union Street incrociando lo studio della piccola casa discografica di Sam Phillips: la Sun Records. Elvis scoprì che chiunque, pagando una modesta somma di quattro dollari, avrebbe potuto registrare un disco. Il 18 luglio del 1953 decise quindi di registrare un disco con l’intenzione di regalarlo alla madre per il suo compleanno. Sam Phillips ascoltò casualmente il disco e ne intuì subito le potenzialità artistiche. Ingaggiato dalla Sun Records, pur non essendo in grado di leggere gli spartiti, il giovane Elvis aveva un notevole orecchio musicale che gli permetteva di seguire e comporre brani innovativi ed accattivanti. Da questo momento, lo strumento inseparabile di Elvis diventò la vecchia chitarra acustica che diverrà anch’essa un’icona legata alla carriera del cantante. Phillips affiancò presto all’artista del Mississippi anche il contrabbassista Bill Black, il chitarrista Scotty More e il batterista D.J. Fontana, creando un vero e proprio complesso. La band si esibì nei locali live cittadini, per poi passare all’intero stato del Tennessee. Ma la strada del giovane re del Rock’n’Roll è ancora lunga e colma di successi. Presto, una sempre più consolidata popolarità, lo porterà ad intraprendere tour in tutti gli Stati Uniti d’America.

Il rocker nel cinema

I Blue Moon Boys, la band musicale formata negli studi della Sun Records approda presto in televisione e sul grande schermo. Sempre più richiesto anche dagli studi televisivi e cinematografici, Elvis Presley si accompagnerà, nelle sue esibizioni via cavo o pellicola, dai componenti della formazione partorita dalla Sun Records. Lo stile musicale proposto dall’emergente re del Rock’n’Roll, rispetto alla conformità musicale proposta in quegli anni, appariva agli ascoltatori assolutamente rivoluzionario. Sentendo i pezzi in radio, in molti si domandavano chi fosse quel bianco che cantava pezzi blues, o quel negro che cantava pezzi country. Elvis entrò quindi di prepotenza sia nelle classifiche nere del rhythm and blues, sia nelle classifiche bianche della musica country. Uno sconvolgimento musicale che arrivò addirittura ad essere definito dai più bigotti “la musica del diavolo”. La sua voce profonda e nera, con il suo inconfondibile modo di suonare veloce, uniti alla sua mimica fisica e facciale che andava maturando con le esperienze cinematografiche, fecero di Elvis un’emergente icona del tutto distinguibile rispetto al resto dei musicisti.

Un fenomeno di massa

I suoi giri di chitarra sotto gli “scandalosi” movimenti di bacino, attiravano donne e uomini di ogni generazione. Giovani e adulti, bianchi e non, borghesi e operai. In breve Elvis diventò un vero e proprio fenomeno di isteria di massa. Forse il primo, se escludiamo personaggi storici del precedente decennio come Benito Mussolini, Adolf Hitler e pochi altri. In molti lo imitarono; ne copiarono lo stile, l’acconciatura e le movenze. La sua musica entrò in breve in ogni casa, scuola e fabbrica, scaturendo fenomeni sotto-culturali che sfociarono anche in bande violente. Iniziarono a nascere nuove gang di strada e band musicali ispirate al suo stile. Rockabilly e Rockers portavano il suo nome sulle camicie da bowling, sulle motociclette o sui chiodi in pelle. Un nuovo regno era nato parallelamente agli States e questo apparteneva al nuovo re del Rock’n’Roll.

Ai concerti con la scorta

Questo fenomeno presentò presto ad Elvis Presley però anche i suoi lati negativi. Orde di ragazzine isteriche invadevano il palco con l’obbiettivo di baciarlo, toccarlo, strappargli pezzi di vestito o, addirittura, capelli. Lo stesso avveniva anche con i rispettivi fidanzati, gelosi e arrabbiati, che in più di un occasione provocarono risse con la sicurezza o con gli avventori dei locali. Una situazione che diveniva ogni giorno meno sostenibile e che portò la band della Sun Records a interrompere concerti scappando nel backstage. Da qui in poi, al re non rimase che presenziare ai propri concerti scortato dalla polizia locale. Questo elemento aggiunse ancora più celebrità al già popolare fenomeno Elvis.

La musica del Diavolo

A causa del ritmo assatanato proposto dal cantante, i benpensanti americani si scandalizzarono. Classificavano le movenze selvagge nelle quali egli si contorceva nelle sue esibizioni come “oscene”. Elvis venne giudicato alla stregua di un pericoloso “depravato” dalle numerosissime, strampalate e attivissime associazioni di carattere religioso americane. Lo fecero oggetto di una violenta campagna denigratoria la quale diede luogo a risvolti talvolta comici e grotteschi. Tali associazioni ritenevano il cantante un pericolosissimo veicolo di perdizione per la gioventù dell’epoca, arrivando a organizzare manifestazioni pubbliche nelle quali distruggevano o incendiavano i dischi di Elvis. In risposta, il cantante del Mississippi affermò: “Io non penso di essere male per la gente. Se avessi pensato di essere un male per la gente, sarei tornato alla guida di un camion”.

Dal Black Soul al White Power

Divenuto sempre più famoso, se non il più famoso e non solo negli Usa, Elvis Presley andò però incontro a tutta una serie di critiche giornalistiche, anche gratuite. Sicuramente perché originario del Mississippi e orientato politicamente a destra, Elvis dovette affrontare anche diverse accuse di razzismo. intorno alla metà del 1957 si diffuse la voce che egli, intervistato da un giornalista, si fosse a un certo punto così espresso: “L’unica cosa che i negri possono fare per me, è comprare i miei dischi e lustrarmi le scarpe“. In realtà il rocker sudista smentì sempre categoricamente queste accuse e il giornalista in questione non fu mai in grado di offrire prove in grado di sostenere tale affermazione. Nell’immaginario comune, intanto, la figura di Elvis veniva frequentemente associata agli Stati confederati del Sud, attribuendo al cantante una nomea razzista. Elvis non fece mai mistero di simpatizzare per la fazione politica più conservatrice, così come esternò sempre un forte sentimento di amor patrio. Ma come tutti sanno, ad eccezione dei mistificatori professionisti della sinistra globale, essere patrioti non significa odiare le altre culture. Elvis non ne diede mai prova e, anzi, proprio dalla musica nera colse grandi ispirazioni nella costruzione della sua leggenda.

All’armi!

Nonostante la Sua fama ormai mondiale, con già dieci singoli al primo posto nelle classifiche di vendita dei 45 giri in Usa e quattro film all’ attivo come attore, come molti suoi coetanei Elvis si presentò all’ ufficio di leva della M&M di Memphis. Erano le ore 6,35 del mattino del 1958 e, dopo accurate visite mediche, fu dichiarato “abile ed arruolato”. Il Cittadino Elvis Aaron Presley diveniva così la matricola più famosa della storia dell’esercito americano. Il soldato n. 53310761 prestò giuramento militare alla nazione e, in controtendenza con la maggior parte delle star die ieri e di oggi, dedicò orgogliosamente due anni della sua vita alla patria, semi-lontano dai riflettori. Inizialmente fu inviato a Fort Chafee in Arkansas e successivamente a Fort Hood nel Texas. I due anni di servizio militare avrebbero cambiato profondamente Elvis. Il 14 agosto 1958 perse la madre a causa di un infarto e da questo lutto non si riprese mai del tutto.

Sergente Presley

Il 22 settembre 1958 fu mandato con i suoi commilitoni, a bordo della S.S. Randall, in una Germania occupata e divisa. Sbarcò a Bremerhaven il 1 ottobre. A Friedberg entrò come carrista nelle truppe di occupazione che controllavano la Germania dell’Ovest. Qui fu congedato il 5 maro del 1960 con il grado di sergente. Si appassionò alle arti marziali, in modo particolare al karate, disciplina alla quale si dedicò ferreamente. Se in molti soldati riscontrarono il problema in Vietnam, purtroppo anche in Germania Elvis si scontrò con le anfetamine che segnarono tristemente il resto della sua vita. In Europa conobbe però anche la sua futura moglie: Priscilla Beaulieu “Ann Wagner”, figlia adottiva di Paul Beaulieu, un superiore di Elvis della United States Air Force.

In controtendenza al Sessantotto

Quando tornò dal servizio militare, anche la carriera artistica di Elvis Presley mutò profondamente. Il sergente rocker si approcciò ad una fase più melodica, conquistando un pubblico non più di soli teenager ma ben più ampio, arrivando a far ricredere addirittura i bigotti delle sette religiose che in passato lo diffamarono. Presto abbandonò i concerti per dedicarsi quasi interamente alle esibizioni televisive e al cinema. Elvis fu interprete di 31 film a soggetto e 2 documentari, più diverse colonne sonore. L’America e il mondo però stavano radicalmente cambiando. Nuove band ancora più innovative stavano rivoluzionando il mercato discografico e lo stesso stile di vita dei giovani. Rolling Stones e Beatles iniziarono a lanciare messaggi per l’epoca molto più “scandalosi” e, i militari come il sergente Presley, iniziavano ad essere visti male, alla stregua degli sbirri o dei cani da guardia del padrone. Elvis si trovò presto quindi disarcionato dal cavallo vincente, venendo scansato dalla gioventù che correva verso il Sessantotto.

Elvis e Nixon contro la droga

Verso la fine del 1970 Elvis Presley ottenne un colloquio alla Casa bianca con l’allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Nello Studio Ovale, il presidente e il “re”, parlarono a lungo di musica e cinema, ma anche di guerra, esercito, politica e problemi sociali. Se in politica i due repubblicani si intendevano, con sua grande sorpresa il presidente statunitense ascoltò il rocker di Memphis sulle sue preoccupazioni riguardo la diffusione della droga. Con la piena approvazione di Nixon, essendo il presidente del pugno di ferro contro la droga, dopo il colloquio Elvis venne nominato a tutti gli effetti “agente Fbi sezione narcotici”.

Il declino del re

Osteggiato dalla vulgata mediatica imperante, orientata a sinistra, a Elvis Presley vennero attribuite svariate relazioni sentimentali con un imprecisato numero di donne. Il matrimonio con la moglie Priscilla tramontò e il cantante di Memphis avviò nuove relazioni. La prima fu quella con la star Linda Thompson, “Miss Tennessee”. La seconda fu quella che intrattenne con l’attrice Ginger Alden, la quale gli fu accanto durante l’ultimo triste e travagliato periodo della sua vita. La depressione legata alle ingiurie mediatiche, alla scomparsa mai attutita della madre, e alla dipendenza da barbiturici e droghe, portarono Elvis ad uno stato sempre più amplificato di depressione. La sua stazza era visibilmente mutata, arrivando ad ingrassare notevolmente, mangiando e bevendo con sregolatezza consumato dal nervoso. La compagna Ginger Alden provò in tutti i modi ad aiutarlo ad uscire da quel vortice di droghe, cibo e alcol, ma il re del Rock’n’Roll sembrava non volerne sapere. Fu lei a rinvenire il corpo esanime di Elvis, nella stanza da bagno di Graceland, quel lontano 16 agosto del 1977.

La fine dell’uomo, l’inizio di un mito

Mentre i suoi detrattori già provarono ad infangarne il ricordo, il re politicamente scorretto del Rock’n’Roll morì d’infarto come la madre, quarantacinque anni fa. Da allora c’è puntualmente chi dice di vederlo o di averlo visto a mangiare hamburger in qualche fast food. Bere un boccale di birra in divisa nella sua vecchia Germania. Alcuni affermano di averlo sentito cantare alla luna nelle notti di plenilunio. Altri ancora di averlo visto vivo e vegeto insieme a Marilyn Monroe, Jim Morrison e Adolf Hitler. Di certo non siamo qui a screditare fantomatiche dichiarazioni di milioni di fans che Elvis ancora vanta in tutto il mondo. A quarantacinque anni dalla sua morte, però, una cosa permetteteci di dirla: Elvis è stato il primo e unico re degli Usa! Ribelle talentuoso, politicamente scorretto e fottutamente geniale, il vecchio rocker oggi avrebbe tanto da insegnare ai nuovi musicisti “alternativi” che invadono fastidiosamente le nostre radio. Ma tanto, a loro, a differenza del re, probabilmente non li ricorderà nessuno.

Andrea Bonazza

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