Roma, 19 ott — Sono nate l’altro ieri, non conoscono nulla delle premesse culturali per cui un dato fenomeno, una canzone, un film o un libro è nato e ha avuto successo, ma pretendono di saperne più di chi le ha creati e di metterli all’indice se trovano degli elementi che ritengono offensivi: sono le femministe del terzo millennio, intersezionali e inclusive con il culo degli altri (spesso delle altre), di arroganza e ignoranza inversamente proporzionali alla loro età. Stavolta le piccole calviniste del progressismo hanno preso di mira Le donne di Modena, celebre successo di Francesco Baccini che scalò le classifiche italiane agli inizi degli anni ’90.

Se la prendono persino con Le donne di Modena 

«Le donne di Modena hanno le ossa grandi/Le donne di Modena hanno larghi i fianchi/Le donne di Modena accettano un invito/E non è il caso di essere il marito», cantava l’autore genovese accompagnandosi al pianoforte. Sono passati trentadue anni dal successo di una canzone che, per ammissione dello stesso Baccini, «è una canzone ironica in cui prendo proprio in giro il gallismo italico».

E’ lo stesso cantautore a raccontare sui social l’episodio che lo vede accusato di sessismo. «Ero ospite in teatro a Sondrio ad un premio internazionale di poesia e mi è successa una cosa inedita. Prima di cantare Le donne di Modena faccio una battuta dicendo che oggi questa canzone sarebbe accusata di sessismo». Tanto è bastato per fare apparire una bella schermata blu nel cervello candeggiato dalla propaganda di una piccola pasionaria con le manie di protagonismo, che è insorta con un bel «sessista» proprio mentre Baccini veniva chiamato sul palco per ricevere un premio alla carriera. «Prendo la palla al balzo e invito la voce a salire sul palco: una ragazza sui vent’anni prende coraggio e mi raggiunge tipo automa».

Nessun confronto, solo diktat

Il cantautore non ha di certo timore del confronto con una ragazzina: «Chiedo alla ragazza cosa l’avesse offesa, tento di farle capire che è una canzone ironica in cui prendo proprio in giro il gallismo italico ma lei immobile come un robot continua a ripetere la stessa frase senza nemmeno fare il tentativo di capire». Baccini ha imparato a spese proprie che questi soldatini utili idioti del sistema non vogliono il confronto, ma l’imposizione di diktat. Non gli resta che concludere lo show con l’ironia che abbiamo già imparato ad apprezzare nelle sue canzoni: «Quando mi rendo conto che è impossibile alcun confronto verbale la saluto dicendo che mi piacerebbe portarla in tour con me e ripetere la scena ogni sera».

Cancelliamo tutto

Baccini prosegue poi nella sua riflessione ricordando che Le donne di Modena era nata come una presa in giro degli stereotipi femminili nelle varie città italiane — Modena, Genova, Padova e Napoli — concludendo che «tutte fanno da mangiare, sanno cucinare, odiano stirare, e san far l’amore». Quanto accaduto sul palco di Sondrio «è il frutto di quel maledetto politically correct che sta cancellando la libertà di parola e di pensiero uccidendo qualsiasi possibilità di avere un senso critico e analizzare le parole e il contesto in cui vengono dette. Oggi più del 70 per cento di canzoni, libri, film che hanno fatto la storia della nostra cultura non potrebbero più esistere. Se Le donne di Modena ha un testo sessista saremo costretti a cancellare De Andre, Jannacci, Dalla, Vecchioni e Vasco. Si va avanti in retromarcia». Probabilmente la beghina chiamata a confrontarsi sul palco di Sondrio si spenderebbe volentieri per la messa all’indice di tutti questi brani.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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