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AncelottiRoma, 20 gen – Carlo Ancelotti è tornato in Italia, ma solo per essere inserito nella Hall of Fame del calcio italiano. L’allenatore del Real Madrid nel 2014 ha dominato la scena europea, gli è sfuggita solo la Liga, ed è il bel volto tricolore di un pallone sempre più sgonfio.

Il reggiolese dopo aver speso parole caramellate per Paul Pogba (“è un grandissimo calciatore e può giocare ovunque, a noi però non interessa”), la Juventus (“nessun’altra formazione ha l’esperienza e la rosa pari ai bianconeri”), si è concentrato sulle pagine liete, che vengono dalla provincia, della serie A. La più lampante è la Sampdoria del duo Ferrero-Mihajlovic; da una parte un romano romanista dall’altra un serbo biancoceleste, che punta alla Champions League dando del tu alla Samp di Cassano-Pazzini e ricordando, seppur più operaia, i blucerchiati di Mancini-Boskov, colonna a sua volta della Serbia.

Poi il Sassuolo di Eusebio Di Francesco che dopo una carriera da calciatore tra Empoli, Lucchese, Piacenza, Roma, Ancona e Perugia ha trovato la sua dimensione di allenatore in terra emiliana. Aveva assaggiato la massima categoria con il Lecce, ma era ancora acerbo, non tanto dal punto di vista tattico quanto da quello gestionale. Ha creato un’oasi italiana, con i diktat di Zeman, in un calcio che parla sempre più portoghese, spagnolo, africano, argentino e balcanico con talenti che tra qualche anno potrebbero fare le fortune di mezza Europa. Simone Zaza e Domenico Berardi su tutti con un futuro in bianconero sempre più certo.

Infine Maurizio Sarri e il suo Empoli. L’allenatore più anti-divo delle panchine che legge Bukowski, consiglia l’autobiografia di Djokovic ai suoi giocatori, per dieta e tenuta mentale, che fa mangiare la pizza a fine partita e con, sostanzialmente, la stessa squadra dello scorso campionato di B (il mercato gli ha portato, in questi giorni, un cavallo di ritorno, Riccardo Saponara), sta insegnando schemi, geometrie e agonismo da Milano a Palermo. Toscano, ex impiegato di banca, partito dalla seconda categoria a 55 anni con la sua meticolosità, basando la sua carriera su tre dogmi – “personalità, facilità di parola e conoscenza” – ha portato una delle cenerentole del calcio italiano, a guardare negli occhi, senza paura, le storiche compagini del nostro torneo.

Il mito della classe operaia che va in paradiso, questa volta senza Elio Peltri e Gian Maria Volontè, ma con i volti della periferia che si fa bella e non fa rimpiangere le luci a San Siro decantate da Roberto Vecchioni.

Lorenzo Cafarchio

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