Roma, 21 giu — Dopo il nuoto, anche nel rugby viene imposto lo stop — seppure, in questo caso, temporaneo — agli atleti trans nelle competizioni della categoria femminile.

Anche il rugby impone lo stop ai giocatori trans

La decisione arriva dall’International rugby league (Irl) che ha momentaneamente escluso i giocatori trans (biologicamente maschi) al fine di consentire lo svolgimento di ulteriori ricerche mediche che porteranno, si spera, allo sviluppo di politiche di inclusione condivise. Per bilanciare, dunque, il diritto degli atleti trans di partecipare alle competizioni, con il diritto delle atlete donne di non farsi massacrare da energumeni di due metri per 150 kg nel corso delle partite.

Nuove politiche di inclusione più eque per tutti

La decisione della Lega rugby, come detto, arriva all’indomani della risoluzione votata dalla Federazione internazionale di nuoto (Fina) che ha escluso gli atleti trans dalle gare d’élite femminile. Sul tavolo, in questo caso, c’è al vaglio la proposta di creare una categoria ad hoc, per chi non si identifica nel proprio sesso biologico. Il presidente della World athletics, Lord Coe, ha dichiarato alla Bbc che tutti gli sport dovrebbero seguire l’esempio del nuoto, specificando di essere pronto a discutere l’adozione di una nuova politica di inclusione più equa per tutte le parti in gioco.

Per quanto riguarda il rugby, il ban ai giocatori trans si applicherà alla Coppa del Mondo che si terrà in Inghilterra in ottobre, coinvolgendo squadre provenienti da Australia, Brasile, Canada, Isole Cook, Inghilterra, Francia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea. «L’IRL continuerà a lavorare per sviluppare una serie di criteri, basati sulle migliori evidenze scientifiche possibili, che bilancino equamente il diritto di ogni individuo di partecipare alle competizioni, con la sicurezza di tutte le partecipanti». 

Le proteste arcobaleno

Tuttavia, la decisione della Lega rugby ha suscitato il solito vespaio di critiche da parte dei sostenitori dei diritti trans. «I divieti imposti agli atleti trans […] rischiano di violare i principi internazionali di non discriminazione dei diritti umani», tuona Anna Brown, amministratore delegato di Equality Australia. Dei diritti delle donne biologiche, sistematicamente violati e calpestati nel nome dell’inclusione, nessuno di questi attivisti sembra curarsi. «Fina (Federazione internazionale nuoto) non è riuscita a soddisfare questo standard e ora assistiamo al fallimento della Rugby league».

Nelle linee guida pubblicate sul proprio sito web, World rugby stabilisce che i giocatori trans non possono giocare a rugby femminile «a causa delle loro dimensioni, della forza e dai vantaggi fisici conferiti dal testosterone durante la pubertà e l’adolescenza», fattori che creano rischi per l’incolumità delle giocatrici donne. 

Cristina Gauri

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