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Juventus' Pogba looks on during their Italian Serie A soccer match against Livorno in LivornoRoma, 25 gen – Dopo essersi trasferito dalla Danimarca a Lagny-sur-Marne, agli inizi del ‘900, Léon Bloy diede alle stampe una sorta di diario dal titolo Quatre ans de captivité à Cochons-sur-Marne. Nella penna dello scrittore, la cittadina di 20mila abitanti diventava “Maiali sulla Marna”. Una definizione che a occhio non sembra elogiativa e che nella Francia ossessionata dall’idea di non offendere le minoranze oggi non sarebbe più possibile. Di sicuro avrebbe da ridire la comunità immigrata di Lagny-sur-Marne, in gran parte musulmana. In questo ambiente, il 15 marzo 1993, nasceva da famiglia originaria della Guinea Paul Labile Pogba, quello che probabilmente sarà il giocatore più forte del prossimo decennio e nella cui bacheca lo spazio per almeno un Pallone d’oro è già stato liberato.

Che un giocatore con queste prospettive giochi nella Serie A italiana è già di per sé una notizia, in un’epoca in cui tutto ciò che conta e che vale nel calcio parla solo ed esclusivamente tre lingue: l’inglese della Premier League, lo spagnolo della Liga, il tedesco della Bundesliga. A 22 anni, Paul Pogba rappresenta il calcio del dopo Messi-Ronaldo. Il gol e mezzo segnato oggi al Chievo Verona dal calciatore della Juventus ne è solamente l’ultima conferma.

Ricercare il segreto di questo successo nella dura educazione di strada della banlieue è un esercizio retorico facile quanto ingannevole. Situata a 25 minuti da Parigi, Lagny-sur-Marne presenta in misura molto attenuata le problematiche delle periferie difficili. La stessa conformazione della città è lontana dai palazzoni anonimi punteggiati di parabole per prendere i canali arabi (anche se pare sia meglio girare al largo da Orly Parc, soprattutto dopo il tramonto). Seine-et-Marne, del resto, è il dipartimento dell’Île-de-France che conta meno immigrati. La cosa non ha impedito che si creassero tensioni attorno alla moschea locale per infiltrazioni radicali che qualche anno fa hanno causato il malumore degli… altri immigrati musulmani.

Ma di tutto questo, Paul Pogba ha vissuto poco o nulla. Grazie alle sue incredibili doti calcistiche, infatti, il ragazzo ha conosciuto presto, dall’età di sei anni, la vita dello sportivo nomade. “Dal Roissy-en-Brie sono passato al Torcy e poi a Le Havre. Sono andato via di casa presto. Ma ero contento e non mi sono trovato male. Sono stato solo, ma non ho sofferto di solitudine. Alla sera chiamavo casa e i miei fratelli, io ci parlo con la mia famiglia, non sono di quelli che fanno i duri. E nemmeno di quelli che si fanno i tatuaggi”.

Nel 2009, a soli sedici anni, si trasferisce al Manchester United, fortemente voluto da Alex Ferguson. Il Le Havre denuncia lo United alla Fifa, sostenendo che la società inglese, per strappare alla famiglia del giocatore l’assenso al trasferimento, avrebbe promesso loro una casa e quasi novantamila sterline. In seguito la società francese deciderà di chiudere il contenzioso accordandosi col Manchester per un conguaglio in denaro.

Con le giovanili dello United, Pogba mostra tutto il suo valore. Il 20 settembre 2011 esordisce in prima squadra, nella vittoria per 3-0 contro il Leeds. La mancanza di spazio è però frustrante per il francese, che alla fine rompe con Ferguson e si guarda intorno. Nel 2012 finisce quindi alla Juventus, a parametro zero.

Il tecnico del Manchester tenta l’ultima carta psicologica: “Troppo razzismo in Italia, ti troverai male”. Pogba non gli crede, anche se, man mano che la sua fama cresce, l’idea di farne uno sponsor dell’antirazzismo diventa sempre più ghiotta per i custodi dell’arca dei valori egalitari. Il ruolo del testimonial politico non gli si addice granché, anche se un paio di volte c’è già cascato.

Una pesantezza che stride un po’ con la leggerezza con cui Pogba affronta il gioco del calcio e che è un po’ anche il segreto della sua forza. Una leggerezza, a dispetto del passaporto, tipicamente africana, imbrigliata però nella tecnica e nella tattica tipicamente europea. Sono i quadretti che mandano in brodo di giuggiole i Varriale della situazione: che bella favola di integrazione, se solo tutti noi prendessimo esempio. Ma tutti noi non siamo delle promesse di uno sport milionario e quindi, al solito, si tratta di un abile contrabbando di aria fritta.

Molto più concrete sono semmai le voci che vogliono tutte le grandi d’Europa già pronte fuori dalla porta della Juventus per aggiudicarsi le prestazioni del campioncino. Per la Juve sarà dura, anche se la questione è quasi filosofica: che fare, accettare i 100, forse 150 milioni che diversi club sarebbero pronti a mettere sul tavolino della società torinese oppure fare di tutto per tenerselo, ammesso che questo sia possibile? Scoprire giovani, valorizzarli e monetizzare è una tattica molto proficua per squadre di fascia medio-bassa. Chi invece ambisce a stare stabilmente nel salotto buono del calcio europeo dovrebbe forse ragionare diversamente. Ma contro i petrodolari di qualche sceicco sarà difficile resistere a lungo.

Adriano Scianca

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