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FM25012015-figura_1Berlino, 25 gen – Germania locomotiva d’Europa e modello di riferimento per uscire dalla crisi? Dai numeri non si direbbe. Secondo l’Ufficio federale di statistica tedesco, ripreso dal giornale Saarbrücker Zeitung, alla fine del 2013 circa 3,1 milioni di persone pur avendo un lavoro percepivano entrate al limite della soglia di povertà che, per il paese teutonico, è fissata a 979 euro al mese.

In particolare, 379mila lavoratori a rischio povertà nel 2013 non potevano pagare in tempo l’affitto, 471mila rinunciavano all’uso adeguato del riscaldamento in casa e 538mila risparmiavano sul cibo, nutrendosi in modo sufficiente soltanto a giorni alterni.

povertà_germaniaCirca metà di queste persone – 1,5 milioni – nel 2013 non potevano permettersi una vacanza, mentre quasi 600mila persone non potevano concedersi un’auto. Complessivamente, un netto peggioramento rispetto a cinque anni fa, quando – si era nel 2008 – le persone che rientravano in questa categoria erano circa 2,5 milioni, cioè circa il 25% in meno.

La crisi economica pare quindi aver colpito duramente anche la grande Germania, dove sempre più persone non riescono vivere solo del proprio salario. Del resto, che il modello tedesco del lavoro, fondato sul decentramento della contrattazione, che dà maggiori spazi di manovra alle aziende pur restando in un quadro normato a livello più alto, non fosse tutto rosa e fiori ma recasse anche parecchie spine, l’avevamo anticipato mesi fa su queste colonne, così chiosando: “… Germania… ha sì accresciuto la propria ricchezza complessiva, al prezzo però di far aumentare le disuguaglianze al suo interno”.

Il numero di lavoratori che guadagnano troppo poco o marginalmente di più rispetto ai sussidi statali di disoccupazione… è allarmante ”, ha dichiarato il presidente dell’associazione sociale VdK, Ulrike Mascher. L’anno scorso, al fine di limitare questa deriva sociale, la Germania ha introdotto per la prima volta la politica del salario minimo, pari a 8,50 euro all’ora, entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno.

Gli ultimi dati di Oxfam, rilasciati pochi giorni fa, rivelano che la disparità economica sta crescendo: la ricchezza collettiva del 1% più ricco della popolazione mondiale supererà quella del rimanente 99% il prossimo anno, “lasciando le persone normali senza voce e senza tutela dei propri interessi”.

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Indice di Gini per alcuni Paesi europei

Rimandando ad altre letture per un approfondimento a livello globale, vale la pena di analizzare l’indice di Gini (grafico a fianco, dati Eurostat), misura del grado di diseguaglianza nella distribuzione del reddito all’interno di un’area economica, per esempio uno Stato nazionale, per l’area europea. Questa analisi indica che dal 2005 al 2013 l’indice di Gini riferito alla Germania è cresciuto di ben quattro punti percentuali, dal 26% al 30%, cioè la diseguaglianza è cresciuta del 15% in otto anni, segnale che una parte della società tedesca è stata lasciata precipitare nell’abisso della povertà, così come in Francia sebbene in misura leggermente inferiore.

In nessuno degli altri paesi considerati nel grafico si è osservato un aumento tanto importante del grado di diseguaglianza, per esempio non in Italia dove è rimasto pressoché stazionario (su livelli comunque superiori a quelli tedeschi), né complessivamente nell’area Euro e nemmeno in Grecia, mentre nel Regno Unito – che non ha rinunciato alla propria sovranità monetaria – si osserva perfino una significativa diminuzione della diseguaglianza.

Seri dubbi sulla reale portata, o perfino esistenza, di una presunta crescita dell’economia reale tedesca, inoltre, li abbiamo posti e illustrati più recentemente sulla base della diminuzione sostenuta dei consumi energetici in Germania che, sia pur condivisa con altri paesi europei tra cui l’Italia, a differenza di questi non corrispondeva a un ridimensionamento dell’economia, il che appare come minimo assai strano.

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Indice del rischio di Povertà

Considerando ora gli indici del rischio di povertà, illustrato nel grafico a fianco (dati Eurostat), si osserva che questo è aumentato solo leggermente in Germania, mentre è letteralmente esploso dal 2010 in Grecia e, in misura minore, in Italia, aumentando anche nel complesso dell’area Euro e nel Regno Unito.

Combinando le due serie di informazioni – diseguaglianza e rischio di povertà – emerge che nei paesi del sud Europa considerati, cioè Grecia e Italia, ma anche nel Regno Unito, l’impoverimento è stato generalizzato ed esteso a più ampie fasce di popolazione, verosimilmente investendo almeno una parte della “classe media” e perfino una parte dei piccoli imprenditori, col risultato di esporre una parte maggiore e crescente della popolazione al rischio di povertà, mentre in Germania e Francia una frazione superiore del costo della crisi è stato scaricato sulle fasce lavoratrici a minore reddito, risparmiando almeno in parte la classe media, tanto che a fronte di un rischio di povertà quasi stazionario il numero di veri poveri e le relative condizioni di vita sono letteralmente precipitate in pochi anni.

Come si vede, si tratta di scelte di politica economica e sociale molto diverse, che tuttavia condividono un triste comun denominatore: la diminuzione sostenuta della ricchezza complessiva dell’Europa.

Francesco Meneguzzo

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