Roma, 25 mar — Coincidenze, l’accadere simultaneo e fortuito di più fatti o circostanze diverse. Il 24 marzo 1993 – proprio al Renzo Barbera di Palermo – la nazionale italiana di calcio liquida Malta con un facile 6-1 in un gara valida per le qualificazioni di un altro mondiale, quello americano. Protagonista della frizzante serata primaverile è Roberto Mancini, l’attuale commissario tecnico, autore di una doppietta, uniche sue marcature azzurre in terra italica. Dalla passeggiata sulla squadra materasso del girone i nostri torneranno diverse volte all’ombra del Monte Pellegrino e – a proposito di analogie – una di queste occasioni porta sempre la data del 24 marzo: nel 2017 a regolare l’Albania ci pensano De Rossi (su rigore) e Immobile. Più in generale il capoluogo siculo ci porta in dote 13 vittorie su 15 incontri.

Le scelte di Mancio

Forti – per quanto possa contare rassicurarsi su ciò che è stato – della (fino a ieri) positiva tradizione panormita i nostri si giocano contro la Macedonia del Nord l’accesso alla finale degli spareggi per Qatar 2022. In ogni caso ripartiamo dalle certezze: l’ormai canonico 4-3-3 che vede Donnarumma tra i pali e il centrocampo “titolare” Barella-Jorginho-Verratti. Davanti spazio a Berardi e Insigne, con Immobile terminale centrale – vale a dire il tridente che ben figurò a inizio Europei – rivoluzione obbligata dietro, con l’inedita linea formata da Florenzi, “l’altro” Mancini (vinto il ballottaggio con Acerbi), Bastoni e Palmieri. 

Italia – Macedonia: la partita

Capienza (finalmente) al 100%, oltre 30.000 tifosi – altra coincidenza, l’ultimo “tutto esaurito” fu registrato proprio in casa rosanero, festeggiato con 9 reti all’Armenia – a spingere gli azzurri. Come facilmente pronosticabile i balcanici si difendono fin da subito con quasi tutti gli effettivi, lasciando il solo Ristovski tra i nostri due centrali difensivi. Partita soporifera per mezz’ora scarsa, almeno fino alla leggerezza di Dimitrievski. Un disimpegno approssimativo dell’estremo difensore ospite spalanca la porta a Berardi, il quale però è troppo lento sia nella preparazione che nell’esecuzione, consentendo così al numero 1 macedone di coprire lo specchio e far sua la sfera. Un altro errore grossolano – questa volta azzurro, di Mancini – costringe Florenzi a una chiusura provvidenziale su Churlinov lanciato a rete. Si chiude senza emozioni un primo tempo che ci vede collezionare sterilmente possesso palla, angoli e conclusioni fuori dallo specchio.

Il secondo tempo

Mentre a Oporto i padroni di casa hanno già chiuso la pratica turca, i nostri ripartono sulla stessa falsariga: con Jorginho francobollato a uomo, tocca all’altro registra – Verratti – il compito di trovare la giocata giusta. O meglio, predicare nel deserto in quanto tutte le giocate passano dai suoi piedi per poi perdersi nella prevedibilità dei compagni. Il tempo intanto, sempre più tiranno, scorre veloce e i rossi di Skopje prendono coraggio, memori dell’impresa di un anno fa in terra tedesca. E come sappiamo le partite non si vincono né con le coincidenze né con il solo palleggio.

In pieno recupero succede così l’imponderabile: il destro secco di Trajkovski fulmina Donnarumma, e con lui un’intera nazione. Il Barbera fischia, non può essere altrimenti, in  pochi secondi l’azzurro brillante delle maglie diventa scuro come l’abisso in cui ci siamo buttati con i nostri stessi piedi. Ancora una volta ai mondiali non ci saremo, il punto più basso della nostra storia calcistica: siamo italiani, sapremo (ancora una volta) come risalire.

Marco Battistini

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