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claudio-ranieri-leicester-premier-league_3422763Londra, 2 mag – “Dilly ding, dilly dong”, we are the champions. Il Leicester ha vinto. Claudio Ranieri ce l’ha fatta, gli ci sono volute 64 primavere per mettersi tutti alle spalle, cancellando l’impresa sfiorata a Roma nell’annata 2009-10. Il primo scudetto di Tinkerman – l’indeciso – ha fatto crollare le certezze matematiche del calcio, andando a pescare nell’imponderabile per fare sua la Premier League.



Il destro a giro di Eden Hazard, al 83esimo, di Chelsea-Tottenham regala il lieto fine alla favola della Cenerentola del calcio inglese. I londinesi impattano contro i rivali di sempre per 2-2 ed il pareggio di ieri delle volpi blue per 1-1, goal di Wes Morgan, contro il Manchester United è il punto che serve a suggellare il sogno.

La storia è questa: Ranieri, dopo il naufragio sulla panchina della Grecia, viene chiamato alla guida delle Foxes, mentre Gary Lineker – quello del “il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince” – il volto dell’unica gioia calcistica di matrice Leicester, twitta rammaricato per la decisione di affidare la squadra al testaccino. Eppure la macchina messa in piedi dal presidente Vichai Srivaddhanaprabha è dorata, la società ha un fatturato annuo di 140 milioni di euro, per intenderci il Siviglia trionfatore delle ultime due Europa League ha sfondato il muro dei 100 milioni solo quest’anno, dal punto di vista economico una fortezza sulla quale costruire. L’ex Chelsea si mette a lavoro, dispone di una formazione composta da comprimari, eterne promesse, perdenti, vinti e imberbi che si faranno. C’è l’eterno “figlio di” tra i pali, Kasper Schmeichel, in difesa Danny Simpson, Wes Morgan – capitano e pilastro della squadra – Robert Huth, Christian Fuchs, in mediana Ngolo Kanté, motorino inesauribile, Daniel Drinkwater, sulle fasce il poeta Riyad Mahrez e Marc Albrighton, trequartista il nipponico Shinji Okazaki e come prima punta l’operaio di Sheffield Jamie Vardy. E’ sopratutto con quest’ultimo che il romano si lega, costruendo un asse indissolubile, come ai tempi di Cagliari con Enzo Francescoli, portandolo a 29 anni sulla galassia dei fuoriclasse, a testimonianza dell’evoluzione il record sottratto a Ruud van Nistelrooy, che lo ha visto in rete per undici partite filate.

Per raggiungere lo scudetto partendo dall’ultima fila – la scorsa stagione i biancoblu si sono salvati all’ultimo respiro – bisogna raggiungere una sorta di Nirvana, creando misticamente un ambiente in eterna evoluzione verso l’assoluto. Dal campo ai dirigenti, passando per lo staff nella sua interezza, ogni ingranaggio deve essere oliato perfettamente, mosso magistralmente. E così è stato.

Di questo miracolo, perché di miracolo si è trattato, se ne parlerà all’infinito. Il Leicester da oggi fino all’eternità diventerà metro di paragone, valore di giudizio, estasi dei deboli e storia di chi storia non ne ha (o si limita a brevi paragrafi tra l’anonimato). Lontano dal sole di Manchester, di Londra, di Liverpool, una giornata di sole del calcio che rischiara le coscienze, mettendo per un giorno nel cassetto gli affari della Uefa – di Joseph Blatter e derivati – gettando la gloria all’eterno secondo Claudio Ranieri.

Lorenzo Cafarchio

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