sanità tagliRoma, 27 lug – L’esito delle elezioni amministrative comincia a far sentire i suoi effetti. Renzi non è riuscito a confermare quel famoso 40% delle elezioni europee di maggio 2014 sul quale ha costruito buona parte della sua fortuna politica, costringendo così il premier a correre ai ripari per tentare di recuperare quanto perduto. Ecco allora la proposta teatrale con la quale l’ex sindaco di Firenze ha annunciato che, per la prossima ventura legge finanziaria, in cima all’agenda dell’esecutivo le priorità sono il taglio dell’Imu e la generica riduzione delle tasse.

Il problema, come sempre, è quello delle coperture. Di numeri concreti ancora non se ne vedono, ma è sicuro che nell’immediato servono almeno 10 miliardi, che potrebbero a regime arrivare fino a 50. Si pone allora la più classica delle questioni: dove trovarli?

La ripresa non consente facili entusiasmi, dalla minima crescita del Pil è difficile che giungano le risorse aggiuntive necessarie. Un aumento delle tasse sarebbe in conflitto con l’idea di fondo che punta a ridurre la pressione fiscale, anche se non è escluso che si tagli da una parte per aumentare un po’ da un’altra. Escluse tutte queste strade, l’ultima percorribile rimane quella della riduzione della spesa. E l’obiettivo è già stato messo nel mirino. Si tratta del più classico di tutti, quella voce che dopo il comparto sicurezza è sempre la prima vittima sacrificale: la spesa sanitaria.

Yoram Gutgeld, commissario alla revisione della spesa che ha preso il posto di Carlo Cottarelli, ha parlato di “squilibri”, “ospedali gestiti bene ed altri meno bene”, “migliorare l’operatività e i servizi dello Stato”. Con estrema attenzione, il parlamentare Pd non ha mai usato la parola “tagli”. Mascherandoli dietro interventi di fioretto che in realtà sono di spada. Non è un mistero, d’altronde, che dietro la maschera della spending review non si nasconda un processo di efficientamento, ma di tagli lineari la cui pillola è indorata ricorrendo ad un nuovo vocabolario. Ma sempre di tagli si tratta, comunque li si voglia chiamare. E il settore della sanità è proprio lì a dimostrarlo: in anni di revisione dei suoi costi di funzionamento, secondo le statistiche dell’Ocse, dal 2010 al 2014 la spesa sanitaria ha perso quasi 8 miliardi di euro, una riduzione del 7.7%. Tagliare altri 10 miliardi vorrebbe dire portare la percentuale -sia pur ripartita in più anni- a quasi il 20%. Un crollo simile a quello che la Grecia ha affrontato fra 2009 e 2012.

Il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha cercato di correre ai ripari, con effetti quasi comici. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: “efficientamento”, “obiettivi di finanza pubblica”, e così via. La vetta si raggiunge però quando il principio dei vasi comunicanti viene piegato ad uso e consumo delle esigenze del governo. “Io mi batto perché le risorse rimangano nel sistema, poi se si riducono le tasse è evidente che questo è un beneficio di tutti. Una parte potrà andare nel ridurre le tasse ma il resto va a personale, ricerca e nuove tecnologie, e in generale a migliorare i servizi”, ha affermato la Lorenzin, dimenticando di spiegare in base a quale logica è possibile tenere risorse all’interno di un sistema e contemporaneamente permettere che queste escano. Delle due, l’una: o i tagli rimangono in sanità e vanno davvero a potenziare ricerca, personale, investimenti (ma allora non si capisce cosa ci sia da tagliare, visto che queste voci son sempre le prime a saltare) oppure se ne escono e vanno a contribuire generosamente all’annunciato taglio delle tasse. Arrivati a questo punto, i dubbi che la risposta sia la seconda sono più che leciti.

Filippo Burla

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