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Roma, 29 nov – Se volete sapere cosa sta accadendo nel mondo dell’informazione globale e, soprattutto, in quello dell’informazione italiana in vista delle elezioni politiche del 2018, seguite nel dettaglio questa vicenda. È il caso “Diretta News” che ha occupato le prime pagine dei giornali con titoli come “scoperto il network della disinformazione” e cose simili. Ma partiamo dall’inizio. Nel giro di quattro giorni, due influenti testate americane “scoprono” una presunta centrale italiana di fake news che potrebbe, addirittura, falsare le prossime elezioni. Inizia BuzzFeed, il 21 novembre, con questo articolo. Pochi giorni dopo, addirittura l’autorevole New York Times riprende in mano la questione. Ovviamente entrambi gli articoli vengono ripresi dalla stampa italiana: “se lo dicono gli americani, deve essere vero”, è il ragionamento.

Il Pd prende la palla al balzo: la “centrale delle fake news”, dicono, sarebbe al servizio di Lega e M5S, in funzione anti-dem. Qui, però, c’è già una prima anomalia. In calce all’articolo di BuzzFeed leggiamo: “Andrea Stroppa, an independent cybersecurity researcher, contributed research for this story. Stroppa has advised former Italian PM Matteo Renzi on cybersecurity issues”. Anche il New York Times si basa essenzialmente sulle analisi di Stroppa, il cui studio sarebbe stato visionato dal corrispondente in Italia del quotidiano Usa. Ah, ecco la fonte: un consulente di Renzi. Quindi, in pratica, il Pd crea uno scoop, poi lo riprende per lanciare un allarme a suo beneficio e fare campagna elettorale contro dei partiti politici. Già questa pesante ipoteca politica dovrebbe bastare a liquidare tutta la vicenda come bassa propaganda: da quando le indagini sulla trasparenza dell’informazione le fanno personalità legate ai partiti?

Ma andiamo avanti. Quale sarebbe questo fantomatico network delle bufale? Ovviamente quello che fa capo al gruppo editoriale Web365, di proprietà della famiglia Colono. Il gruppo è accusato di gestire 170 siti, tra cui Direttanews.it e iNews24.it (in tutto 5,5 milioni di follower sulle relative pagine Facebook che, come vedremo, sono poi state chiuse). In realtà, e anche questo è un particolare non secondario, il gruppo non gestisce 175 siti, ma 175 url. Non è la stessa cosa. E anche se fosse, non risulta ci sia un limite legale (o anche solo etico) in materia, ognuno registra i siti che vuole. Ci sono altri reati che i siti in questione hanno commesso, allora? Bisogna arrivare alla fine del pezzo di BuzzFeed per leggere che “non ci sono prove che suggeriscano che le due aziende abbiano commesso qualche illecito. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che i network di siti Web e pagine Facebook hanno la capacità di raggiungere milioni di italiani con una potente miscela di messaggi religiosi e nazionalistici”. Avete capito bene? Non ci sono reati, il problema è il contenuto. La censura è tutta ideologica.

Righe su righe della “inchiesta” sono del resto dedicate alla presunta vicinanza dei proprietari del network al gruppo cattolico “La luce di Maria”. E chi se ne frega? Ognuno può essere vicino a ciò che vuole, non è ancora reato essere cattolici. I siti in questione sono poi accusati di fare clickbait selvaggio, ovvero di cercare di far aprire i propri articoli (e quindi monetizzare in base alle visualizzazioni) con espedienti dozzinali volti a catturare l’attenzione del lettore. Ma anche questo, oltre a non essere reato, è qualcosa che non fatichiamo a trovare anche nei siti mainstream: quale sarebbe, altrimenti, la funzione della “colonna di destra” dei siti dei principali quotidiani, ovvero quella dedicata ai video dell’ultimo dribbling in allenamento di Cristiano Ronaldo o al gattino intrappolato su un albero o al bimbo che fa le facce buffe?

Ulteriore elemento interessante, svelato dal blog di Luca Donadel: “Uno degli autori dell’articolo di BuzzFeed è Craig Silverman, media editor di BuzzFeed News e fondatore di Emergent.info, un sito di verifica in tempo reale di notizie e voci. Silverman ha inoltre fondato Regret the Error, blog che si occupa di verifica delle notizie, ora parte del Poynter Institute for Media Studies. Ricordiamo che l’agenzia che si occupa di fact checking per Facebook è proprio Poynter […], finanziata inoltre dal noto George Soros. Anche l’altro autore di BuzzFeed, Alberto Nardelli, in precedenza, ha lavorato per una piattaforma online di “giovani attivisti” sponsorizzata da OSIWA della Open Society Foundations di George Soros, la TakingITGlobal”. Alla fine, dopo questa bella manovra di accerchiamento italo-americana, le pagine Facebook dei due siti incriminati sono state chiuse da Facebook, che come noto non dà mai spiegazione per i propri interventi censori e che continua a pretendere di svolgere un ruolo pubblico comportandosi però come azienda squisitamente privata che non rende conto a nessuno. Ovviamente, per siti che campano di visualizzazioni, l’oscuramento dai social vuol dire la morte commerciale della pagina. Quella che avete appena letto, in poche parole, è la storia di come il Pd, un gruppo di giornalisti legati a Soros e Facebook hanno determinato la censura di un sito che non commetteva alcun reato, ma solo “peccati ideologici”. Ecco cosa significa davvero l’espressione “combattere le fake news”.

Adriano Scianca

5 Commenti

  1. interessante: leggendo distrattamente i siti mainstream (Corriere, Repubblica etc) non avevo compreso il nocciolo della questione, hanno chiuso SITI SCOMODI, con questa nuova scusa delle “fake news” (terminologia coniata di recente, utilizzata per screditare e criminalizzare i propri avversari). Bisogna capire che domani questi potrebbero far chiudere anche questo sito con la scusa della fake news (inventata da loro!)….

    Repulsione per i massmedia di regime.

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