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fiducia_in_calo_imprese_e_famiglie[1]Roma, 31 ago – Ieri per il governo è arrivata una piccola boccata d’ossigeno. L’Istat, infatti, ha registrato un aumento delle vendite a dettaglio a giugno dello 0,2% e dello 0,8% su base annua. A spegnere gli entusiasmi, però, è arrivato il comunicato stampa congiunto di Federconsumatori e dell’Adusbef. Secondo Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti (presidenti delle suddette associazioni): “Dopo la forte contrazione avvenuta dal 2012 al 2015, che ha fatto registrare una diminuzione dei consumi del 10,2% (con una riduzione complessiva della spesa delle famiglie di 72,2 miliardi di euro) non vi è alcun accenno alla ripresa. Una situazione ancora molto grave, che risente della crisi del potere di acquisto delle famiglie, letteralmente dimezzato dagli effetti dello stallo economico e della mancanza di lavoro”. Nello stesso comunicato Federconsumatori e Adusbef rincarano la dose contro il governo: “Siamo di fronte ad un’allarmante fase di immobilismo che, per comodità o per paura, nessuno si decide a smuovere e ad affrontare con i dovuti mezzi”. In pratica, questi scostamenti nell’aumento delle vendite non modificano lo stallo in cui si trova il Paese. In effetti, però l’analisi di Trefiletti e Lannutti non diverge molto da altre recenti rilevazioni. Lo stesso Istituto Nazionale di Statistica, proprio quarantotto ore prima, comunicava che: “Ad agosto 2016 si registra un peggioramento della fiducia sia tra i consumatori sia tra le imprese: l’indice del clima di fiducia dei consumatori passa da 111,2 di luglio a 109,2 e l’indice composito del clima di fiducia delle imprese scende da 103,0 a 99,4.”. I dati del mese di agosto sono particolarmente negativi in quanto riguardano tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori registrano una flessione. Per capire meglio l’oggetto del contendere è opportuno comprendere come vengono effettuati questi calcoli statistici. Il Clima di fiducia delle imprese per settore è elaborato tramite media aritmetica semplice dei saldi destagionalizzati delle domande ritenute maggiormente idonee per valutare l’ottimismo/pessimismo delle imprese. Il Clima di fiducia dei Consumatori è elaborato sulla base di nove domande ritenute maggiormente idonee per valutare l’ottimismo/pessimismo dei consumatori (e precisamente: giudizi e attese sulla situazione economica dell’Italia; attese sulla disoccupazione; giudizi e attese sulla situazione economica della famiglia; opportunità attuale e possibilità future del risparmio; opportunità all’acquisto di beni durevoli; giudizi sul bilancio familiare).  Analizziamo ora in maniera più dettagliata quest’ultimo report.



Con riferimento alle imprese, il clima di fiducia scende in tutti i settori: in modo più marcato nei servizi di mercato (da 108,3 a 102,4) e nel commercio al dettaglio (da 101,3 a 97,1), più lieve nella manifattura (da 102,9 a 101,1) e nelle costruzioni (da 126,2 a 123,5). Le opinioni dei consumatori riguardo la situazione economica del Paese si confermano in peggioramento per il quarto mese consecutivo (il saldo dei giudizi passa da -54 a -60 e quello delle aspettative da -9 a ‑15), mentre i giudizi sull’andamento dei prezzi nei passati dodici mesi e le attese per i prossimi dodici mesi registrano un incremento (da ‑31 a -22 e da -30 a -27). Peggiorano le aspettative sulla disoccupazione (da trenta a trentacinque, il saldo).

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Ma, attenzione: c’è un dato su tutti che deve far riflettere ed è quello sulla disoccupazione. L’opinione pubblica comincia a rendersi conto che l’aumento degli occupati del 2015 era solo il frutto degli sgravi fiscali del governo per i nuovi assunti. Se poi qualcuno dovesse avere dei dubbi, ci pensa l’ultimo rapporto Osservatorio dell’Inps sul precariato a dissolverli. Secondo l’Inps: “Nel primo semestre del 2016 (da quando si sono drasticamente ridotti gli incentivi governativi), i nuovi rapporti di lavoro stipulati nel settore privato sono stati pari a due milioni e 572mila unità, in calo del 10,5% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente”. “La diminuzione – spiega l’ente previdenziale – è dovuta soprattutto al calo dei contratti a tempo indeterminato, in flessione del 33,4% rispetto ai primi sei mesi del 2015 (-326mila unità)”.

La politica dei bonus renziani comincia mostrare il suo vero volto e saranno in molti a pagarne le conseguenze.

Salvatore Recupero

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