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import exportRoma, 17 feb – Un 2015 da record per l’export. L’anno appena concluso si chiude con un lusinghiero +3.7% di aumento nelle esportazioni verso l’estero, ai massimi in termini percentuali dal 2012. A segnalarlo è l’Istat, che spiega come l’espansione dell’export sia “distribuita equamente tra paesi Ue (+3,8%) e paesi extra Ue (+3,6%)” e che “l’avanzo commerciale raggiunge i 45.2 miliardi“. Quest’ultimo valore, al netto della componente energia, tocca invece quasi 80 miliardi di euro. La dinamica del commercio estero dell’Italia chiude così i 12 mesi in terreno ampiamente positivo. Fa eccezione il solo mese di dicembre, nel quale si registra una flessione del 2.2% che non impedisce tuttavia di segnare 6 miliardi di attivo nella bilancia commerciale.



Tra i fattori che hanno dato impulso al segno positivo va senza dubbio al tasso di cambio dell’euro, che dai massimi del 2014 ha perso quasi il 20% del valore, calo accentuato anche dal Quantitative Easing messo in atto dalla Bce. Ma non solo. La strategia di puntare alla domanda estera è una costruzione prettamente tedesca, che su di essa – e di converso sulla moneta unica, modellata a immagine e somiglianza del fu marco – ha costruito la forza della propria economia. A che prezzo? Senza l’arma dell’aggiustamento valutario (leggasi svalutazione “esterna”) sovrano, competere sui mercati internazionali diventa difficile, se non a costo di porre in essere la cosiddetta svalutazione interna: sempre di svalutazione si tratta, ma a costo di austerità, riduzione dei salari, taglio delle tutele del lavoro. Proprio quello che è successo all’Italia dai decreti del governo Monti al Jobs Act firmato Renzi. Con il risultato sì di riuscire a spingere sui mercati internazionali grazie alla riduzione nei costi di produzione, ma allo stesso tempo deprimendo ai minimi storici la domanda interna. E non vale accusare le nostre imprese di provincialismo, perché la concorrenza internazionale è spietata e, spesso, anche irregolare e sleale. Dall’altra parte, invece, il mercato interno è pur sempre un mercato dove l’economia gira (o meglio: potrebbe girare) al pari che fuori dai confini nazionali. Invece, negli anni della crisi e delle imposizioni comunitarie amplificate dall’europeismo di lotta e di governo, per guadagnare qualcosa sull’export abbiamo perso quasi un terzo della produzione industriale. Siamo sicuri che ne valga proprio la pena?

Filippo Burla

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