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Lavoro: ma quale Jobs Act, gli assunti solo grazie agli sgravi (che stanno per finire)

by Filippo Burla
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lavoro piccole e medie imprese

Roma, 17 feb – Quasi due milioni e mezzo di assunzioni a tempo indeterminato a fronte di poco più di 1.6 milioni di cessazioni, con un saldo positivo pari a +764mila posti di lavoro. Un bilancio estremamente positivo quello dell’osservatorio sul precariato dell’Inps, che traccia il quadro sullo stato del sistema-lavoro nel corso del 2015.

L’anno appena trascorso è stato l’anno di approvazione e messa in opera del Jobs Act, la riforma che, fra le altre cose, ha sostanzialmente abolito l’articolo 18 del vecchio Statuto dei Lavoratori sostituendolo con il nuovo “contratto a tutele crescenti”, per cui è sancita la maggiore libertà di licenziare dietro versamento di un congruo indennizzo. Una misura che, nelle intenzioni dei legislatori, avrebbe dovuto incentivare gli imprenditori ad assumere nuova forza-lavoro. Così è stato? A leggere i dati dell’osservatorio non sembra. E’ vero che il numero dei contratti a tempo indeterminato è cifra rilevante, ma bisogna anzitutto considerarla al netto del mezzo milione di trasformazioni. Contratti che, in estrema sintesi, erano precari e sono stati trasformati in stabili, senza però che il beneficiario perdesse nel frattempo il proprio lavoro. I contratti nuovi in senso stretto scendono quindi a 2 milioni. In secondo luogo, la parte del leone su questo contratti la giocano quelli attivati usufruendo degli sgravi fiscali previsti dalla finanziaria: sono quasi 1.5 milioni i contratti attivati in regime di esonero ex l.190/2014, vale a dire il 61% del totale. Un rilevante aumento delle assunzioni o trasformazioni (più del doppio rispetto alla media dei mesi precedenti) si registra a dicembre, segno che in molti hanno utilizzato l’ultima finestra utile per non incorrere nel taglio previsto da gennaio in avanti, quando gli sgravi andranno progressivamente a calare.

E allora il Jobs Act? La riforma tanto sbandierata dal ministro Poletti ha scontato un errore di fondo: agire sulla domanda senza rendersi conto che la crisi del lavoro era (ed è) una crisi di offerta. Non è infatti vero che le imprese non assumono perché non possono (rectius: potevano) licenziare in agilità, ma perché con un costo del lavoro fra i massimi in Europa – e che sconta un inverosimile “cuneo” fra lordo e netto, tacendo poi della crisi della domanda interna causata dalle misure di austerità – è antieconomico farlo. Non è infatti un caso che gli sgravi abbiano fatto ben più delle profonde modifiche alla legge 300 del 1970. Ma né da parte governativa né da quella sindacale sembrano essersi accorti del problema.

Filippo Burla

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