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l43-poste-italiane-140108190124_bigRoma, 26 mar – Altro giro, altra corsa. Slitta al 2017 la quotazione a Piazza Affari di Ferrovie dello Stato (prevista per quest’anno), ma entra una nuova tranche – si parla del 35% – di Poste Italiane. E questa è una sorpresa, perché dopo il collocamento del 35% lo scorso ottobre non sembravano essere in programma altre operazioni sul capitale della società. L’esigenza di procedere ad un’ulteriore vendita di azioni si innesta nel piano che punta a raccogliere 8 miliardi di euro l’anno (lo 0.5% del Pil) con l’obiettivo di ridurre di una pari quota la mole di debito pubblico.

Stando agli attuali valori di Borsa, dalla cessione dell’ulteriore quota il governo incasserebbe circa tre miliardi. Altri due (ottimisticamente) potrebbero arrivare da Enav, anch’essa in procinto di sbarcare sui mercati. Ne rimarrebbero altri tre da racimolare in qualche modo. Il principale problema, tuttavia, sta nel Dpcm varato in occasione della privatizzazione di Poste e nel quale si prevedeva che il governo non scendesse al di sotto del 60% della società guidata da Francesco Caio.

Al di là del lato “tecnico”, dal punto di vista sia societario che economico la ventilata cessione presenta profili di rischio non indifferenti. La presenza dell’esecutivo scenderebbe infatti al 30% di Poste Italiane: una quota analoga a quelle già detenute in altre società come Finmeccanica, Enel ed, indirettamente, anche Eni. Proprio quest’ultima, però, rappresenta un esempio dei pericoli: nonostante ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti controllino oltre il 30% del gruppo, questo non ha impedito (complice anche una gestione della partecipazione che si limita alla nomina degli amministratori e poco più) di finire “sotto” in assemblea già in più occasioni. Lo stesso potrebbe succedere per Enel, dove il ministero è addirittura sceso sotto il 25%. E perché non anche con Poste, a questo punto? Se i fondi e gli altri azionisti fanno fronte comune, la loro minoranza può diventare maggioranza. Come successo ad esempio in Telecom.

Secondo elemento di criticità è dal lato economico. Nel 2015 Poste Italiane ha segnato oltre 550 milioni di utile, garantendo al ministero un dividendo da circa 280 milioni. Vale a dire un rendimento lordo che supera il 4%. Dall’altra parte, invece, il costo medio del debito pubblico non supera meno della metà di tale valore. Ciò significa che Padoan sta cedendo qualcosa che rende X per rimborsare qualcosa che costa metà X, per una perdita secca pari alla differenza. E per fortuna che il titolare di via XX Settembre è stato professore universitario di economia.

Filippo Burla

1 commento

  1. Continua la svendita agli oligarchi stranieri proprietari delle banche centrali private tipo FED e BCE . Queste banche in cambio di carta prodotta a costo zero si prendono interi paesi affamando i popoli. L’Italia aveva la sovranità monetaria fino al 1992 quando fu venduta la Banca d’Italia tramite la privatizzazione di Credito Italiano e Banca Intesa che avevano il 60% di Banca d’Italia. Cioè fino al 1992 i soldi non gli dovevamo chiedere in prestito a nessuno; gli faceva lo stato!!Poi grazie ai traditori della nazione(il codice penale prevede per l’alto tradimento anche l’ergastolo) e al supporto dei media che hanno nascosto questo crimine ci hanno portato alla fame e alla schiavitu’

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