Roma, 27 nov – Si fa un gran parlare della possibilità che il governo attivi il golden power su Tim. Ipotesi che, in realtà, non sembra al momento all’ordine del giorno tra le azioni esperibili da Palazzo Chigi. Ma di cosa si tratta? E perché dovrebbe essere messo sul piatto (prima di) subito?

Per individuare la genesi dello strumento occorre tornare agli anni 90. Qui troviamo sempre Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro e dalle cui mani passano una parte non indifferente delle privatizzazioni condotte in quel periodo. Un po’ tangentopoli, un po’ la convinzione che lo Stato imprenditore fosse inefficiente: fatto sta che l’Italia mette sul mercato (spesso a prezzi di saldo, spesso a concorrenti stranieri) fette rilevanti della propria industria. Non solo aziende alimentari (il famoso “panettone di Stato”), ma anche realtà operanti in campi delicati: dalla telefonia alla difesa, passando per la cantieristica e l’energia.

All’origine dei poteri pubblici: la golden share

E’ in tale quadro che, al fine di garantire al governo alcuni margini di manovra, nasce (non solo in Italia) la cosiddetta “golden share”. Con questo istituto giuridico, di origine anglosassone, l’esecutivo – vuoi mantenendo una parte delle azioni, vuoi attribuendosi la possibilità di nominare uno o più membri del Cda, etc. – si riserva una serie di poteri nella gestione delle aziende privatizzate. Arrivando persino alla possibilità di esercitare dei veri e propri veti su determinate scelte.

L’architettura iniziale viene, nel corso del tempo, più volte modificata. E’ così che, dalla golden share, si passa a ciò che chiamiamo oggi “golden power”. Lo strumento nasce nel 2012 e permette all’esecutivo di intervenire anche laddove l’azienda oggetto di mire estere non sia una controllata pubblica. Se da un lato non è necessariamente contemplata l’ipotesi di partecipazione statale al capitale dell’impresa in oggetto, dall’altro i margini di azione sono potenzialmente più ampi. Da qui la sua estensione, operata nell’aprile 2020 con il “Decreto liquidità”, che facendo leva sul Regolamento Ue 2019/452 individua cinque settori considerati strategici e li mette sotto stretta osservazione.

Golden power su Tim: un problema di volontà (politica)

In questi settori rientrano, fra gli altri, quello delle tecnologie “dual use” (prodotti ad utilizzo sia civile che militare) nonché le infrastrutture e in special modo quelle di comunicazione. Le seconde, peraltro, erano già incluse all’interno della formulazione antecedente la “revisione” del 2020, risultando ciò in un ulteriore potenziamento della normativa a tutela.

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Perché ci focalizziamo su questi due settori? Perché nel primo è accaduto (pochi giorni fa) che il governo si sia mosso per impedire ad un gruppo cinese di acquistare il produttore di droni Alpi Aviation. E perché allora, ci chiediamo, non attivare il golden power anche su Tim? Tanto più che la delicatezza del comparto è abbastanza intuibile: non stiamo parlando di una fabbrica di merendine.

La risposta risiede proprio nella natura dello strumento del golden power: è totalmente discrezionale, soggetto a pura volontà politica. Nel caso di Alpi Aviation non è da escludere che il presidente Draghi abbia posto il veto non per interesse strategico nazionale, ma per pagare dazio agli Stati Uniti. Gli stessi che oggi stanno cercando di mettere le mani sulla (fu) Telecom Italia.

Filippo Burla

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