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Napoli, 11 gen – Le risorse per salvare il sito della Whirlpool di Napoli ci sono, ma non possono essere utilizzate. A sollevare il caso è l’editorialista de Il Corriere della Sera Federico Fubini. Secondo il giornalista di Via Solferino per non chiudere lo stabilimento partenopeo sarebbero bastati 50 o 60 milioni di euro. Una somma che, seppur cospicua, poteva essere reperita. Vediamo perché le cose non sono andate per il verso giusto.

Il Fondo anti-delocalizzazioni

Facciamo un piccolo passo indietro. Il decreto ministeriale del 7 maggio del 2018 (in attuazione della delibera CIPE 28 febbraio 2018, n. 14) istituiva un “fondo comune di investimento chiuso destinato a sostenere iniziative atte a contrastare gli effetti economici e sociali legati alla cessazione, da parte di grandi imprese, dell’attività sul territorio nazionale, anche in connessione a scelte di delocalizzazione produttiva in altri paesi e di rilanciare le medesime attività mediante processi di conversione o riqualificazione produttiva”.

Stiamo parlando del Fondo anti-delocalizzazioni voluto da Carlo Calenda. A quest’ultimo, denominato “Invitalia Venture III”, affluiscono le risorse individuate dalla richiamata delibera CIPE, pari a 200 milioni di euro. Ovviamente questo strumento, in assenza di una politica industriale, era utile come un cerotto per guarire una ferita profonda. Nella vertenza Whirlpool, però, forse, avrebbe dato una boccata d’ossigeno allo stabilimento campano.

Il Fondo Nazionale Innovazione

Quando a Luigi Di Maio viene assegnato il dicastero dello Sviluppo economico le cose cambiano. Il ministro pentastellato drena tutte le risorse nel Fondo Nazionale Innovazione (FNI). Il progetto nato su iniziativa del politico campano poteva contare su una dotazione finanziaria di partenza di circa un miliardo di euro. Alla Cassa Depositi e Prestiti era demandato il compito di gestirlo con l’obiettivo di riunire e moltiplicare risorse pubbliche e private dedicate al tema strategico dell’innovazione.

Il FNI doveva funzionare come un Venture Capital, “per promuovere investimenti diretti e indiretti in minoranze qualificate nel capitale di imprese innovative con Fondi generalisti, verticali o Fondi di Fondi, a supporto di startup, scaleup e PMI innovative”. Le istituzioni avrebbero contrastato “la costante cessione e dispersione di talenti, proprietà intellettuale e altri asset strategici che nella migliore delle ipotesi vengono “svendute” all’estero”. Nonostante le buone intenzioni le cose sono andate diversamente. Come sottolinea lo stesso Fubini, il Fondo Nazionale Innovazione è fermo perché invischiato in un reticolo politico-burocratico da oltre un anno dall’annuncio. Tutto ciò, come abbiamo visto, pesa sulle spalle dei dipendenti di Whirlpool.

Whirlpool e non solo: serve una vera politica industriale

Infatti, la liquidità necessaria per la Whirlpool di Napoli non è ancora utilizzabile. Il tempo, però, stringe e le maestranze partenopee rischiano di perdere sia il lavoro che il sussidio. Finora, gli strumenti messi in campo dal governo rischiano, dunque, di essere solo un palliativo.

Serve una politica industriale. Non siamo di fronte ad una crisi congiunturale, ma strutturale. Le imprese per competere hanno bisogno di liquidi. Per drenare queste somme non bastano gli istituti di credito. Anche lo Stato deve fare la sua parte. Nessuna nazione può svilupparsi in assenza di una banca pubblica. La Francia con l’APE Agence des participations de l’État (Agenzia delle Partecipazioni dello Stato) e la Germania con la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau (Istituto di credito per la ricostruzione) intervengono in maniera incisiva nell’economia nazionale. Nessun trattato vieta a Roma di fare lo stesso.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che attraverso il ministero dell’eEconomia e delle finanze disponiamo di tre banche pubbliche: Mediocredito Centrale (100% MEF tramite Invitalia spa), Cassa Depositi e Prestiti (82,77% MEF), Monte dei Paschi di Siena (68,25% MEF). Anche escludendo Mps, Palazzo Chigi ha le risorse necessarie per impostare una politica industriale al solo scopo di tutelare l’interesse nazionale. Detto ciò, l’alibi di Bruxelles non regge, possiamo, anzi dobbiamo, riprendere in mano le briglie della nostra economia prima che sia troppo tardi.

Salvatore Recupero

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