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simest delocalizzazioni internazionalizzazioneRoma, 16 apr – Che la politica industriale latiti è noto. Che il governo finanzi generosamente le delocalizzazioni anche, sia pur in misura minore. Ma ora, con lo scoppio dell’ennesimo scandalo, sembra più che lecito avviare una seria riflessione su un contorto meccanismo che, con fondi pubblici, di fatto sostiene il licenziamento dei lavoratori italiani.

Il soggetto ‘incriminato’ è la Simest, società nell’orbita di Cassa Depositi e Prestiti – il braccio operativo del governo – che, insieme alla più nota Sace, affianca le imprese che vogliono tentare la strada dell’internazionalizzazione. Se però Sace è specializzata nel settore credito e garanzie all’export, Simest invece aiuta proprio lo sviluppo di sedi produttive estere, seguendo tutto l’iter degli investimenti per chi vuole aprire oltreconfine partecipando direttamente all’azionariato delle imprese da finanziare, tramite aumenti di capitale riservati. Un’eccezione, nel panorama corrente che vede lo Stato in continua ritirata dalla ‘vecchia’ logica dall’intervento pubblico. Intervento che, in teoria, dovrebbe fungere da strumento di politica industriale. In virtù soprattutto del fatto che l’impianto poggia sul risparmio postale degli italiani, che è la dotazione patrimoniale principale di Cdp.

C’è un però. L’intervento di Simest, sia pur subordinato ad alcune condizioni, non evita che le procedure di internazionalizzazione si trasformino n realtà in delocalizzazioni vere e proprie. Nulla infatti vieta all’impresa finanziata di trasferire la produzione, a patto che alcune attività rimangano in Italia. Si tratta in genere di quelle a più alto valore aggiunto, ricerca e sviluppo in primis, ma che allo stesso tempo sono anche quelle comparativamente a minor impiego di manodopera. D’altronde, spiegava l’allora ministro Guidi facendosi scudo dei dettagli tecnici, in caso di interventi della Simest “non e’ consentita alcuna attività di delocalizzazione”. Come quelle, ad esempio, che la stessa azienda di famiglia del ministro aveva ampiamente sfruttato per spostare sedi aziendali fra Croazia e Romania?

Peccato che l’esperienza dia torto alle parole della Guidi. Il caso più recente è quello della K-Flex, che nonostante i milioni ricevuti dallo Stato proprio per attività di ricerca ha deciso da un giorno all’altro di chiudere lo storico stabilimento di Roncello (Mb), lasciando a casa 187 dipendenti per trasferire la produzione in Polonia.

Discorso simile per il call center Almaviva, che anche senza aver ricevuto finanziamenti da parte della Simest ha comunque goduto di lauti e generosi contratti pubblici – l’ultimo, insieme ad altri soggetti, lo scorso febbraio per 850 milioni di euro – nonostante l’infinita trattativa che ha portato al licenziamento di quasi 2000 lavoratori.

Filippo Burla

 

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