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draghi tassiFrancoforte, 8 apr – Dal “whatever it takes” agli “interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta di fronte a nuovi shock“. E’ un bel salto quello che compie Draghi da quel famoso 27 luglio 2012, quando annunciò che sarebbe stata fatta qualsiasi cosa pur di salvare l’area euro. E qualsiasi cosa è stata fatta, in termini di politica monetaria. Anche se gli effetti non si sono minimamente sentiti, gli obiettivi mancati e così comincia a vacillare anche la granitica sicurezza in casa Bce.



Partiamo dall’inflazione, indicatore del quale ormai abbiamo dimenticato quasi tutto dato che sono anni che non se ne vede l’ombra. Questo nonostante l’impegno della banca centrale nel garantirla “vicina, ma sotto al 2%” – come amano sottolineare: a proposito, ma come è stato deciso questo valore? La procedura è stata la stessa del 3% deficit/Pil, cioè una riunione a tavolino che ha scelto basandosi sullo stratagemma escogitato da Mitterand per placare la sete di fondi dei suoi ministri? – clamorosamente non rispettato. Non sono servite le iniezioni tramite il Ltro, replicato poi nel più funzionale (sulla carta) T-ltro, fino ad arrivare al “bazooka” monetario del Quantitative easing. Anni e anni di tentativi, con una forte impennata negli ultimi dodici mesi, per poi ritrovarsi ancora in deflazione.

Dallo spauracchio – l’inflazione – al terrore – la deflazione – il passo è stato breve. Ma perfettamente coerente, dato che l’impostazione di scuola monetarista vede nella moneta e praticamente solo nella moneta l’origine dell’innalzamento dei prezzi. I salari non sono considerati, né viene tenuto conto di altre variabili fondamentali come ad esempio il prezzo del petrolio. D’altronde, per tenere in vita la moneta unica la svalutazione interna – e quindi, fra le altre cose, anche la compressione dei salari – è l’unica via percorribile. Ad ammetterlo, sia pur a denti stretti, è anche il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, quando parla di spinte deflazionistiche correlate ai futuri rinnovi contrattuali, i quali prevederanno anche correzioni al ribasso nel caso in cui l’inflazione non dovesse essere quella prevista.

Le parole di Draghi, come già quelle del mese scorso, non hanno tranquillizzato i mercati. Era il 10 marzo e alla iniziale euforia erano rapidamente – nel giro di qualche ora – seguite vendite di massa. A questo giro abbiamo saltato la prima parte, con le borse che hanno accentuato le perdite. Seguendo l’umore, sembra che nemmeno nel mondo finanziario le rassicurazioni di facciata del presidente della Bce possano ormai avere più effetto. Come se il continuare a procrastinare – e potenziare – le misure fin qui non risolutive nascondano in realtà il fatto che dalle parti dell’Eurotower stiano brancolando nel buio.

Filippo Burla



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