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Taranto, 28 nov –  Negli stabilimenti dell’ex Ilva, lo scorso mercoledì, c’è stato uno sciopero di due ore. Un gesto simbolico con cui i sindacati hanno chiesto di essere coinvolti nel “piano di ristrutturazione” di ArcelorMittal. Lunedì prossimo, infatti, si conclude il negoziato che porterà lo Stato, attraverso Invitalia, ad entrare nel capitale della società. Una notizia attesa da tanto tempo dai lavoratori anche se quest’ultimi sono stranamente perplessi. Il motivo di questo scetticismo è semplice: la questione del personale ancora non è risolta. Il gruppo franco-indiano ha più volte ribadito la necessità di operare pesanti tagli al personale. Nessuno crede nella conversione sulla via di Damasco di ArceloMittal.

Lo scetticismo dei sindacati

Eppure, il premier Giuseppe Conte ha provato a rassicurare le maestranze. Il presidente del Consiglio ha annunciato che è in via di definizione “l’accordo con ArcelorMittal per completare il progetto di investimento all’insegna di un partenariato pubblico-privato per l’ex Ilva di Taranto”. Si tratta, senza dubbio, di un progetto impegnativo.

Tuttavia, le parti sociali non sono state coinvolte e non sanno ancora come sarà strutturata la nuova società. Nessuno è disposto a comprare a scatola chiusa. A dirlo senza giri di parole è il segretario nazionale Ugl Metalmeccanici Antonio Spera. Il dirigente sindacale promette battaglia: “Non accetteremo accordi discussi in altre sedi e con altri interlocutori, non riterremo accettabili accordi preconfezionati. Non accetteremo neanche di fare gli spettatori ai quali si concede la sigla a fatto compiuto solo per accontentare l’azienda. Chiediamo invece al Governo un urgente tavolo operativo per conoscere e discutere il piano industriale e occupazionale, la salvaguardia sia dei dipendenti sia dei 1.700 in Ilva AS sia dell’indotto, senza mettere sulla bilancia eventuali esuberi, riduzioni salariali e modifiche del piano industriale e ambientale, intorno al quale si è già perso abbondantemente troppo già dal 2012. L’effetto Covid-19 è stato solo un alibi per permettere all’azienda di prendere ancora tempo e riprogrammare tutto a suo piacimento”.

I sindacati quindi pongono una questione di metodo ma non possono entrare nel merito perché messi da parte nella trattativa. Su quest’ultima possiamo solo trovare alcune indiscrezioni fornite dalla stampa. Partendo da queste cerchiamo di capire meglio quale sarà il futuro dell’ex Ilva.

Ex Ilva: il ruolo di Invitalia

Come si è già detto, l’intervento dello Stato avverrà tramite Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, controllata interamente dal ministero dell’Economia. L’ente è presieduto dal factotum Domenico Arcuri, il commissario dei commissari, l’uomo che si occupa di tutto: dai vaccini al siderurgico passando per i finanziamenti alle start up.

Tornando a Taranto per capire ciò che avverrà affidiamoci alla ricostruzione fatta da Il Sole 24 Ore. Secondo l’organo di Confindustria lo Stato si accontenterà del 50% delle azioni per poi avere la maggioranza assoluta a partire dal 2022. Fare delle previsioni su quello che accadrà tra 2 anni è impossibile, tuttavia l’ipotesi più quotata sarebbe quella che vede il 60% a Invitalia e il resto ai franco-indiani.

Il governo sullo stabilimento tarantino ha le idee chiare: dopo anni di inquinamento, Conte promette che il futuro dell’ex Ilva sarà green. A detta dell’esecutivo, il braccio di ferro durato un anno ha dato i suoi frutti: produzione a regime nel 2025 a 8 milioni di tonnellate, occupazione garantita, svolta green, riduzione dell’inquinamento. Questo sotto il profilo squisitamente operativo comporta il revamping dell’Altoforno 5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e la prosecuzione nell’impiego dell’Altoforno 1, tuttora in esercizio. Si dovrebbero inoltre installare due forni elettrici per conservare una capacità produttiva di 8 milioni di tonnellate annue, in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali. Uno sforzo immane che tra cinque anni potrebbe mettere la parola fine al lungo calvario dell’ex Ilva.

Il progetto è destinato a fallire

Alla luce di quanto detto dal 30 novembre da Taranto partirà una rivoluzione che riuscirà a trovare la sintesi tra salute e lavoro e tra pubblico e privato. Sarà davvero, così? Difficile dirlo. L’ottimismo di Conte ci pare fuori luogo. I motivi sono tanti. Il professor Federico Pirro dell’Università di Bari ne ha elencati alcuni.

Intanto, per i primi due anni vivremo in una sorta di compromesso al ribasso. Lo Stato, o meglio Invitalia, avrà le stesse azioni di Arcelor Mittal. Questo comporta che l’intera collettività si accollerà le perdite frutto della mala gestio di una multinazionale. Forse bisognava chiedere ai soci un bell’aumento di capitale prima della cessione del pacchetto azionario. Ma questo gli indiani non lo avrebbero mai accettato.

Poi c’è un altro nodo da sciogliere: chi comanda? Ovvero fino al 2022, chi sceglierà il presidente e l’amministratore delegato? Le parti dovranno trovare l’ennesimo accordo: c’è bisogno di un cda che accontenti AM e l’ente guidato da Domenico Arcuri. E veniamo alla gestione del portafoglio clienti. Arcelor è partner ma al contempo concorrente dello stabilimento tarantino.

Manca un ultimo tema: la tutela dell’ambiente e dei posti di lavoro. Come ha sottolineato il professor Pirro: “Come riusciremo a mantenere l’attuale livello occupazionale quando invece l’introduzione di due forni elettrici richiederebbe meno manodopera non essendoci più bisogno di alcune cockerie e del loro personale?”.  Un’altra domanda senza risposta. Ecco perché i lavoratori tarantini sono così scettici.

In sintesi, la nuova creatura che nasce dalle ceneri dell’ex Ilva è un ogm in cui confliggono gli interessi pubblici rappresentati da Invitalia con quelli di Arcelor da sempre competitor dell’azienda di cui è socio.

Salvatore Recupero

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