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eniRoma, 31 dic – Mediterraneo mare nostrum. Lo dicevano i romani, salpando dai porti della penisola verso le rive calde dell’Africa o del Vicino oriente. Si esportavano coloni e s’importavano ricchezze, in un’epoca d’oro che oggi ci appare drammaticamente ribaltata.



Sempre mare nostrum rimane per gli abitanti della penisola, ma “nostri”, sono diventati anche i drammi legati alla secolare e spesso facile percorrenza di questo piccolo grande mare.

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Ma che succede se a chiamarlo “nostrum” cominciassero anche le altre, ben più recenti, nazioni che si bagnano nelle sue acque?

Lo vedremo presto, stando a quanto comunica il governo croato che dal 2015 aprirà la gara per l’assegnazione di “blocchi” di mare Adriatico dove condurre esplorazioni ed eventualmente estrazioni di idrocarburi e gas.

Otto aree per un totale di 36,823 chilometri quadrati nell’Adriatico settentrionale (tra Venezia e Trieste per capirci) ricco di gas, e ben ventuno nella zona centrale e meridionale dove invece si trovano importanti riserve di petrolio.

Le concessioni potrebbero avere una durata di venticinque anni e sono state fortemente incentivate dalle istituzioni croate impegnate già da anni in un processo di riappropriazione dell’Ina, la compagnia petrolifera croata, finita, in maniera non limpida, nelle mani della ungherese Mol , che ad oggi ne detiene la maggioranza delle azioni e contro cui la Croazia ha aperto un contenzioso internazionale con l’intenzione di non farsi scippare il controllo di un settore strategico, quello dell’ approvvigionamento delle materie prime, vitale per ogni nazione.

A questa “invasione di campo” croata in quello che fu il “grande lago italiano” si deve aggiungere l’omologa operazione dello eni2stato del Montenegro, il cui governo già dal 2014 ha aperto un bando per l’esplorazione di gas e petrolio “off-shore” in un’area di 3000 chilometri quadrati.

Attualmente la Croazia consuma tre miliardi di metri cubi gas di cui il 65% estratto da impianti off-shore sviluppati negli anni settanta e ottanta, ma diversi fattori, sia economici sia geopolitici, hanno stimolato l’ ambizione del governo croato che ora punta all’autosufficienza per quanto riguarda il consumo di Gas, proprio grazie alle nuove riserve che verranno individuate nell’ Adriatico.

Grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie che hanno reso l’esplorazione e l’estrazione meno costosa, a causa del persistere di un elevato prezzo del petrolio, lo sviluppo di mercati spot per il gas legati alla diffusione del Lng (gas naturale liquefatto) e al grande utilizzo dello shale, i costi delle pipeline e le loro forti implicazioni geopolitiche, in primis, lo sviluppo del South Stream, che ha di fatto tagliato in due l’area balcanica separando il versante adriatico da quello danubiano e in ultimo il riaccendersi delle tensioni tra Washington e Mosca, che passando per Kiev scompigliano i già precari assetti energetici europei hanno spinto i paesi della riva orientale del mediterraneo a cercare nuove strategie di approvvigionamento energetico all’insegna del risparmio e della sovranità.

eni3In tutto ciò l’Italia non sembra doversi allarmare, la nostra produzione nel 2009 ammontava a 42.6 milioni di barili di cui pero solo il 13% proveniente da campi off shore, cifra irrisoria rispetto al 74% di prodotto estratto dai pozzi della Basilicata.

Nel 2012 l’Italia con una produzione giornaliera media di petrolio di 105.000 barili al giorno, è risultata essere al quarto posto in Europa, fra le nazioni produttrici, dietro Norvegia, Regno Unito e Danimarca. Tuttavia la produzione italiana è al disotto del trend di Germania, Francia e Gran Bretagna e questo è segnalato dal fatto che ad oggi siamo all’ undicesimo posto tra i paesi importatori di petrolio fattore che ci mantiene, purtroppo, legati ai costi sempre alti del petrolio estero e alla sempre maggiore instabilità delle fonti di approvvigionamento energetico.

Ma se nazioni economicamente meno solide della nostra hanno deciso di sfruttare, entrando anche in diretta competizione con noi, le risorse del Mediterraneo, lanciando così una vera e propria sfida per l’indipendenza energetica, può una nazione che, proprio nel Mediterraneo ha la sua estensione, continuare a sottoutilizzare la ricchezza che vi si nasconde?

Tra psicosi bio-ambientaliste le reticenze di un settore turistico pavido e diffidente e l’apparente assenza di pianificazione strategica, la nostra nazione ha comunque intrapreso delle spedizioni esplorative. Dal 2002 al 2008 nel canale di Sicilia sono stati scoperti da Eni tre giacimenti di gas chiamati rispettivamente Panda, Argo e Cassiopea che pero ancora a dicembre del 2012 non erano posti in produzione. E addirittura attorno al tratto di mare di Pantelleria, adiacenti alle acque territoriali tunisine, è stata confermata la presenza di un grande giacimento di gas che pero funge da “reservoir” di numerosi giacimenti off shore tunisini.

Forse la strategia energetica del nostro paese ha puntato sull’individuazione di tali risorse e sul loro mantenimento solo come riserve strategiche finalizzate a calmierare il disavanzo e da sfruttare nei momenti di crisi nei mercati energetici ma, di fatto, oggi i giacimenti del mare Mediterraneo sono sulla lista di molti paesi europei.

Di sicuro la strategia economica futura dovrà puntare anche allo sfruttamento di questi giacimenti, sicuramente modesti rispetto a quelli dei paesi produttori, ma importantissimi per distaccare paesi, come il nostro, vessati da anni di crisi e dai monopoli energetici esteri.

Forse sarà sotto le splendide acque del mare nostrum che si deciderà la strategia futura per la piena sovranità.

 Alberto Palladino

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