Roma, 23 nov – Se, come insegna Orwell, nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario, fa specie che il protagonista di questo episodio sia nientemeno che l’istituzione meno rivoluzionaria in assoluto: la magistratura. Eppure, sul caso Ilva, solo dalle compassate e asettiche aule giudiziarie sembra stia uscendo la verità su ciò che è successo (e sta succedendo) attorno allo stabilimento.

Non fosse stato per i togati, d’altronde, probabilmente il siderurgico sarebbe probabilmente già in fase di chiusura. C’è stato infatti bisogno dell’intervento dei tribunali di Milano e Taranto per far recedere ArcelorMittal dai propositi di spegnimento degli altoforni. E sempre mentre il governo sonnecchiava, sono stati ancora i giudici a disporre le ispezioni per capire cosa stesse succedendo nel sito tarantino. Scovando il segreto di Pulcinella, quello che tutti sapevano ma nessuno voleva dichiarare: il gruppo franco-indiano ha tentato di far fallire l’ex Ilva, creando ad arte le condizioni per farla passare per una realtà improduttiva e di cui dunque liberarsi.

Per evitare di dichiarare il vero – cioè l’eutanasia programmata – ArcelorMittal ha così giocato la carta dello scudo penale, trincerandosi dietro la mancanza di tutela nelle more delle opere di bonifica ambientale per giustificare la sua volontà di recedere. Detta così, sembrava avere un senso: cambiando le condizioni, mutava il quadro nel quale l’investimento era stato fatto.

Lo scudo penale? Solo una scusa per liberarsi di Ilva

Peccato che lo scudo penale fosse solo una bieca scusa per defilarsi con tanti saluti. Ne sono convinti i Pm di Milano, che hanno depositato ieri l’atto di costituzione nell’ambito della causa che vede contrapposti l’Ilva in amministrazione straordinaria ed ArcerloMittal, con la prima udienza prevista per mercoledì 27 novembre.

Secondo i pubblici ministeri meneghini la querelle attorno allo scudo penale sarebbe solo un pretesto usato per mascherare la crisi d’impresa. I franco-indiani, insomma, non sarebbero stati in grado di risollevare le sorti dell’Ilva. Non necessariamente per difficoltà strutturali, bensì anche per comportamenti che hanno seriamente danneggiato le finanze dell’azienda come, ad esempio, la mancata acquisizione di commesse, spostate in altri stabilimenti del gruppo. Circostanza peraltro denunciata già giorni fa dai sindacati. Ne sono risultati conti sempre più traballanti, tanto da aver impedito – si somma così il danno alla beffa – il pagamento delle ultime rate per l’affitto del siderurgico.

Filippo Burla

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