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Roma, 23 mag – Sono stati giorni intensi per Invitalia. Mentre la Corte dei Conti bocciava il finanziamento concesso al primo vaccino anti Covid italiano, l’agenzia governativa contribuiva a salvare la Sicamb. Qual è, dunque, il vero volto dell’ente guidato da Domenico Arcuri? Difficile dirlo.



Il salvataggio della Sicamb

Invitalia, in questi mesi, ha giocato un ruolo da protagonista nel salvataggio della Sicamb di Latina. Quest’ultima, attiva nel settore della componentistica per l’aeronautica, nasce nel 1975 ed attualmente impiega attualmente 290 lavoratori. Dopo due anni difficili arriva la buona notizia: l’azienda beneficerà del Fondo statale “salva imprese”. Dopo la Corneliani, lo schema di salvataggio voluto dal ministero dello Sviluppo economico segna un altro punto a suo favore. L’agenzia guidata da Arcuri parteciperà a un aumento di capitale con 4,5 milioni di euro, ma non sarà sola. I nuovi investitori sono principalmente stranieri: St Engineering Aerospace di Singapore (con 2 milioni), la britannica Killinchy Aerospace Holdings Ltd. (con 1,4 milioni) e Deltagroup Uruguay S.A. (con 1,5 milioni).

Il settore in cui opera la Sicamb è strategico, per questo gli investitori esteri hanno dovuto attendere il via libera da Palazzo Chigi. Ma, come si è visto, la Presidenza del Consiglio in questi casi non si oppone. D’altronde, a vigilare sulla tutela degli interessi italiani ci sarà Invitalia. Anche se bisognerà ancora attendere qualche mese per completare l’operazione, i dipendenti possono tirare un sospiro di sollievo. Inoltre, a tranquillizzare i lavoratori ci pensa il viceministro dello Sviluppo economico Alessandra Todde. Secondo quest’ultima “la presenza di Invitalia negli organi societari è un elemento di garanzia perché lo Stato può monitorare dall’interno il percorso di rilancio dell’azienda”. Questo lo vedremo. Di certo Arcuri viene pagato per questo. Dopo aver dismesso i panni del supercommissario può dedicarsi all’ente che guida (in veste di amministratore delegato) dal giorno della sua istituzione nel 2007.

Il caso Reithera e la bocciatura della Corte dei Conti

Questo, però, è un anno nero per il funzionario calabrese. Dopo aver dovuto lasciare la fascia di capitano nella lotta contro la pandemia al generale Figliuolo, ha avuto parecchie disavventure. L’ultima (almeno in ordine di tempo) è la sentenza della Corte dei Conti che blocca l’investimento di Invitalia in Reithera. È stata una doccia fredda per tutti: sia per i ricercatori che per i volontari che si erano sottoposti alla sperimentazione. Se però rileggiamo le motivazioni alla sentenza forse ci rendiamo conto che qualche leggerezza è stata compiuta.

La magistratura contabile spiega di aver “ritenuto il progetto di investimento proposto inconciliabile con la condizione posta dall’art. 15, comma 1, del DM 9 dicembre 2014, secondo cui le spese sono ammissibili nella misura necessaria alle finalità del progetto oggetto della richiesta di agevolazioni”.  Tradotto dal burocratese: i soldi andavano spesi per il progetto e non per rafforzare la consistenza patrimoniale dell’impresa. A finire nel mirino dei giudici è stato “l’acquisto della proprietà della sede operativa della Società, sita in Castel Romano, per un previsto importo di 4 milioni di euro”. Le toghe hanno solo cercato un pretesto? Forse, ma comunque è stata commessa una leggerezza.

Invitalia: Arcuri è l’uomo giusto?

Possiamo attribuire la colpa di quanto è avvenuto al manager calabrese? Di sicuro ha sbagliato Conte ad affidare la gestione della pandemia a chi già guidava l’importante agenzia governativa.

Rimane ancora un altro nodo: la direzione di Invitalia. Stiamo parlando di un ente (controllato interamente dal ministero dell’Economia) che con meno di duemila dipendenti gestisce gran parte delle agevolazioni dello Stato alle imprese (dai gruppi più radicati alle nuove realtà innovative), si occupa del rilancio delle aree industriali in crisi (vedi l’Ex Ilva), rileva aziende in difficoltà e nel frattempo fornisce supporto tecnico e operativo alla Pubblica amministrazione. Davvero vogliamo lasciare la gestione di un ente così complesso nelle mani dell’inventore delle Primule?

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. Ma più semplicemente D.Arcuri sapeva o no dell’ acquisto di presidi medico chirurgici dalla Cina, sospettata
    prima della contaminazione globale da una nuova tipologia di coronavirus, produttrice in quantità di qualità assai scadente e dalle condizioni di vendita quantomeno opache e discutibili?! Con i medici pure posti fuori causa.
    Vediamo di non scherzare, un pessimo ufficio acquisti non solo non può andare oltre ma deve tornare alla casella di partenza. Altrimenti le oche siamo noi!

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